Tra principio di sovranità e tutela dei diritti umani nella Federazione Russa

I diritti politici e sociali, e più in generale i diritti della persona, nella Federazione Russa sono garantiti nella costituzione. In particolar modo l’art 2 recita «la persona, i suoi diritti e le sue libertà hanno un valore alto» mentre il comma 2 recita «Lo Stato ha l’obbligo di assicurare il riconoscimento, il rispetto e la difesa della persona e del cittadino».

A prima vista, la tutela dei diritti fondamentali della persona nella Federazione Russa sembra essere garantiti a livello costituzionale, tanto che nel capo II della stessa costituzione, intitolato “diritti e libertà della persona e del cittadino”, negli articoli 17-64, vengono individuati una serie di diritti e libertà che spettano a tutti i cittadini della Federazione Russa.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la neonata Federazione Russa entrò a far parte nel 1996 del Consiglio d’Europa, e sottoscrisse, di conseguenza, la Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, entrando a far parte della Corte Europea dei diritti dell’uomo.

Nonostante le belle parole citate nella costituzione che appare come un baluardo contro la violazione dei diritti, e la partecipazione alla CEDU, e la ratifica di ben undici trattati sui diritti umani elencati nel sito web dell’ufficio dell’alto commissario per i diritti dell’uomo delle Nazioni Unite, la situazione nella Federazione Russa è caratterizzata da una costante violazione di diritti politici, oltre che sociali.

Recentemente sono state aumentate le restrizioni sui diritti di espressione, associazione e assemblea e proseguono le persecuzioni per coloro i quali hanno preso parte agli eventi di Piazza Bolotnaya a Mosca nel 2011/2012, e fanno sorgere una serie di dubbi sul giusto processo garantito dall’articolo 46 della costituzione e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Ma perché la Federazione Russa, nonostante la costituzione e le convenzioni stipulate, continua a violare e a ridurre le libertà dei suoi cittadini?

In un mondo globalizzato e sempre più interdipendente come lo è quello di oggi, la Federazione Russa dovrebbe adeguarsi e condividere gli standards e principi sui diritti e ciò dovrebbe essere importante per determinare le politiche interne specialmente per ciò che riguarda i diritti umani, dove i “i principi generali del diritto sono riconosciuti dalle nazioni civilizzate”, che spesso è l’unico baluardo contro le ingiustizie e le norme emanate dallo stato.

Nell’ordinamento Russo, è prevista una soluzione ambigua circa il recepimento dei principi internazionali. Laddove l’articolo 15 della costituzione afferma che “i prinicipi universalmente riconosciti, le norme del diritto internazionale ed i trattati, costituiscono parte integrante del sistema giuridico”, sembra esserci una conformazione da parte dell’ordinamento Russo agli standards internazionali. Tuttavia, precisa il comma 2, “se mediante un trattato internazionale della Federazione Russa sono stabilite regole diverse rispetto a quelle previste dalla legge, allora si applicano le regole del trattato internazionale”. L’ambiguità citata precedentemente risiede proprio nel secondo comma dell’articolo 15, che, se seguito alla lettera, dà priorità alle norme istituite dai trattati stipulati dalla Federazione Russa, in caso di conflitto con una legge interna, mettendo in secondo piano i principi stabiliti dal primo comma. L’inclusione di questa seconda frase, determina una certa continuità con il precedente sistema costituzionale del paese. Sia prima, che dopo il crollo dell’Unione Sovietica, le norme di ius cogens sui diritti umani non hanno avuto nessun tipo di impatto rilevante sull’ordinamento russo, e oggi le politiche della Russia in questa sfera oscillano nella stessa maniera. Con la scusa delle risorse petrolifere e gasifere ad un buon prezzo, i leader politici russi tendono ad ignorare le paternali occidentali sui diritti umani, anche se per entrare nel WTO hanno dovuto accettare e concedere alcuni valori occidentali, o almeno astenersi dal violarli.

Nonostante ciò, la Federazione Russa rivendica una sorta di fedeltà ai diritti umani e pertanto i leader russi si sentono legittimati dal rispedire al mittente le critiche collegate alle sue norme LGBT, per gli agenti stranieri o per l’arresto dei dissidenti politici, leggi per le quali la Federazione ha una concezione ben diversa di diritti umani rispetto a quella della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

A sostegno della prevalenza dei principi internazionali è intervenuta la Corte Suprema della Federazione Russa nel 2003 con la risoluzione n 5 intitolata “sull’applicazione dei tribunali della giurisdizione generale dei principi universalmente riconosciuti e delle norme del diritto internazionale e dei trattati della Federazione Russa” spiega che i giudici devono applicare entrambe le fonti del diritto internazionale e la giurisprudenza dei tribunali internazionali sono fonti dei principi del diritto internazionale. Sfortunatamente però, questa risoluzione ha avuto solo un effetto ideologico e i giudici continuano ad ignorare i principi internazionali, applicandoli solo come supporto alle norme interne.

Ma perché esiste questa ostinazione da parte dei giudici di applicare le norme interne, nonostante una aperta dichiarazione della Corte Suprema? La giustificazione che viene data risiede nella concezione che detentore della sovranità è il popolo e che quindi la creazione delle leggi è una prerogativa inalienabile della sovranità popolare. Questo implica che solo il popolo, attraverso i suoi rappresentanti, può adottare regole e leggi. Nonostante la Russia abbia firmato e ratificato la Convenzione di Vienna sui trattati del 1969, vige una regola implicita per la quale se una potenza straniera o un’organizzazione internazionale, provano ad introdurre nell’ordinamento una norma o un principio che indebolisca la validità della legge russa, queste usurperebbero la sovranità del popolo russo.

Data questa interpretazione, nella Federazione Russa la tutela dei diritti umani risulta essere secondaria rispetto alla tutela della sovranità popolare.

Il dibattito è poi proseguito in una serie di controversie tra la CEDU e i vari organi giuridici russi, come nel caso Markin dove il governo russo ha insistito sul fatto che la Corte Europea dei Diritti dell’uomo avesse usurpato il potere di sovranità al parlamento e alla corte costituzionale, anche se la querelle riguardava soltanto il congedo parentale per gli uomini.

Il concetto di sovranità può quindi essere visto come uno strumento per la legittimazione il potere dello stato, che è visto come indipendente dall’approvazione delle norme internazionali ed immune dalle critiche che provengono dall’estero.

Questa immunizzazione porta alla legittimazione del potere discrezionale dei governanti e dei giudici che decidono in base a dei compromessi sui limiti dei diritti umani. Questi limiti sono definiti dal sistema giudiziario quando indica quali diritti umani sono da proteggere, qual è il contenuto dei diritti protetti, e da parte dei politici quando decidono se le persone sono abbastanza “mature” per avere dei diritti umani, non solo i diritti basilari, ma anche quelli politici e culturali.

Dati questi presupposti e la continua violazione dei trattati sui diritti umani, tra cui la Carta Europea dei diritti dell’uomo, l’unica soluzione che l’Occidente potrebbe operare sarebbe esclusivamente la sospensione della Federazione Russa dal Consiglio D’Europa, con tutte le conseguenze commerciali che ne deriverebbero. Ad oggi però, questa soluzione è del tutto impossibile.

Daniele Oro


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