Consiglio di Sicurezza: la (non) democraticità delle Nazioni Unite

La Società delle Nazioni, prototipo delle Nazioni Unite e primo esperimento di organizzazione internazionale, era nata nel 1919 con l’obiettivo di evitare di ripetere gli orrori commessi durante la prima guerra mondiale. La Società, però, a causa delle forti problematiche strutturali, fallì palesemente nel tentativo di mantenere la pace e la sicurezza globale e non riuscì ad evitare lo scoppiare della seconda guerra mondiale e le conseguenze devastati che da essa derivarono.

La crescente diffusione delle armi nucleari, lo sviluppo dei mass media e la complessità della società moderna hanno condotto gli Stati ad una conclusione unanime: la necessità di dover cooperare per ristabilire l’ordine globale, violato in seguito ai crimini compiuti in guerra.

Nacque, dunque, l’Organizzazione delle Nazioni Unite con il principale obiettivo di mantenere la pace e la sicurezza internazionale e di promuovere rapporti amichevoli tra gli Stati.

L’organo al quale fu affidato il compito di provvedere all’espletamento di tale fine è il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite; infatti, l’art. 24 della Carta dell’ONU, stabilisce che gli Stati Membri conferiscono al Consiglio la responsabilità principale del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale e “riconoscono che nell’adempiere ai suoi compiti inerenti tale responsabilità, agisce in loro nome”.

Alla luce dell’art. 24 della Carta, dunque, il Consiglio agisce in rappresentanza di tutti gli Stati Membri delle Nazioni Unite; da ciò dovrebbe conseguirne una composizione che rifletta in modo equilibrato le varie aree geografiche e i diversi gruppi politici ai quali appartengono gli Stati Membri.

Le cinque potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, tuttavia, nel definire i principi che stabiliscono il funzionamento dell’ONU, decisero di garantirsi un vero e proprio privilegio, consistente nella rappresentanza permanete del loro Paese all’interno del Consiglio e nella possibilità di esercitare il potere di veto avverso le decisioni sostanziali proposte all’interno dell’organo stesso. Cina, Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Russia assunsero l’appellativo di “permanent members” del Consiglio di Sicurezza, ai quali si affiancarono, a rotazione, dieci membri non permanenti, eletti dall’Assemblea Generale, con mandato biennale.

Pur avendo una composizione ristretta, il Consiglio è l’unico organo delle Nazioni Unite a poter prendere, nelle questioni più rilevanti, decisioni a carattere vincolante. 

Nel corso degli anni, la disciplina è rimasta invariata, ma la situazione geopolitica globale è radicalmente mutata e sempre più ci si interroga sull’effettività dei poteri delle Nazioni Unite e sulla concreta possibilità di agire per fronteggiare la crisi strutturale della società moderna.

In primis, va evidenziato che uno dei principali fattori dai quali scaturisce il deficit di democraticità delle Nazioni Unite, è dato dall’impossibilità per l’Assemblea Generale, organo a composizione plenaria, di prendere decisioni a carattere vincolante, con la conseguenza che tutte le risoluzioni adottate da tale organo si risolvono in semplici esortazioni,  la cui efficacia è rimessa al mero arbitrio della comunità internazionale.

Come specificato prima, infatti, l’organo al quale venne affidata la competenza ad adottare provvedimenti vincolanti sulle materie più importanti è il Consiglio di Sicurezza, la cui composizione ristretta impedisce una adeguata valutazione degli interessi globali; i dieci membri non permanenti tendono a far valere i propri interessi nazionali e i cinque membri permanenti, lungi dal voler abbandonare i propri privilegi, si riservano il diritto di poter bloccare ogni provvedimento sostanziale a loro sconveniente.

A questa questione, si aggiunge un’ulteriore problematica rappresentata dal mutamento radicale delle potenze a livello mondiale: non si può, infatti, non tenere conto della crescente influenza della Germania, del Giappone o di alcuni Paesi del “terzo mondo” nella definizione della politica globale. Tali Paesi auspicano ad una riforma del Consiglio che riconosca loro gli stessi privilegi di cui godono i membri permanenti.

Se la tanto auspicata riforma tendesse verso questa direzione, non si diminuirebbe, in concreto, il difetto di democraticità delle Nazioni Unite, ma si proseguirebbe, al contrario, con la conservazione di privilegi individuali, ad esclusivo vantaggio degli Stati più influenti.

La fine della guerra fredda ha determinato una consistente diminuzione del ricorso al potere di veto, ma ha rafforzato, al contempo, una prassi ancor meno democratica, rappresentata dalle consultazioni informali, alle quali possono partecipare esclusivamente i cinque membri permanenti.

L’obiettivo delle consultazioni informali è quello di assumere una “decisione concordata”, eliminando il rischio di esercizio del potere di veto; tuttavia, sovente, le consultazioni si sono trasformate in momenti decisionali su questioni di rilevanza globale, con la conseguente irrilevanza e impossibilità materiale dei dieci membri non permanenti di partecipare al processo di adempimento degli obiettivi del Consiglio. La questione appare ancor più complessa se si pensa che le consultazioni, non di rado, sono svolte segretamente e ciò pone un più generale problema di trasparenza delle attività del Consiglio, che si manifesta, talvolta, anche nella mancata pubblicazione dell’agenda delle attività dell’organo stesso.

Democraticità e rappresentatività sono due facce della stessa medaglia e costituiscono, oggi, le principali cause del fallimento delle Nazioni Unite, nel mantenimento della pace e della sicurezza internazionale.

Negli anni ’90 sono stati compiuti dei passi avanti verso una riforma del Consiglio di Sicurezza, al fine di garantire una maggiore rappresentatività e di ridefinire le metodologie di lavoro; circa la modalità di tale ampliamento, tuttavia, è ravvisabile una profonda incompatibilità di vedute tra Paesi Membri, che rispecchia i divergenti interessi, spesso incompatibili, sulla base dei quali è invocata la riforma. A tale scenario, si affianca la posizione ambigua assunta dai Membri Permanenti, i quali in contesti ufficiali assumono una posizione favorevole alla riforma, ma che, de facto, agiscono al fine di progettare una modifica che consenta loro di conservare i privilegi e le prerogative di cui hanno goduto nel corso degli ultimi settant’anni.

In conclusione, l’ONU, emblema della cooperazione internazionale, presenta grossi limiti strutturali il cui superamento è rimesso alla volontà degli Stati, che dovrebbero rinunciare ai propri privilegi, al fine di garantire un maggiore equilibrio degli interessi tra le Nazioni e una migliore distribuzione geografica dei seggi nel Consiglio.

In un momento storico in cui si assiste ad un crescente nazionalismo, sembra difficile credere che gli Stati siano disposti a potenziare e migliorare le funzioni di un organismo sovranazionale; l’atteggiamento di ostilità di alcune delle più grandi potenze nei confronti di una piena cooperazione in capo internazionale è la testimonianza dell’esistenza di un impasse forse insormontabile, almeno finché non si raggiunga un giusto compromesso, dato dal bilanciamento di due differenti questioni: da un lato l’inevitabile tendenza degli Stati Membri a portare avanti i propri interessi individuali, dall’altro la necessità della cooperazione, intesa come unico strumento per garantire la pace e la sicurezza internazionale, nonché come veicolo funzionale alla diffusione dei principi di democrazia, uguaglianza e stato di diritto.

Adriana Brusca


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