Turchia: verso la Costituzione del Sultano Erdogan

Nel giugno del 2015, in occasione dell’ultima consultazione elettorale, il partito di Erdogan, l’Akp, aveva ottenuto oltre il 40% dei voti popolari; risultato caratterizzato da numeri molto elevati che, tuttavia, rispecchiavano il più ridimensionato consenso ottenuto dal Presidente dal 2002 e che sembravano rendergli impossibile la stesura della nuova Costituzione, annunciata durante la sua campagna elettorale.

L’assoluta incapacità dell’opposizione di formare una coalizione compatta, in grado di governare, aveva portato a nuove elezioni, tenutesi nel mese di Novembre, il cui risultato aveva evidenziato un nuovo crescente consenso a favore del partito del Presidente Erdogan, che aveva conquistato, in meno di cinque mesi, un’ulteriore fetta del 10% della popolazione, raggiungendo così un consenso pari al 50%.

Dopo il 15 luglio, a seguito del tentato golpe, in Turchia vige lo stato di emergenza, esteso a causa di una serie di attacchi terroristici di matrice curda e islamista, che hanno condotto ad un crescente apprezzamento della linea autoritaria di Erdogan, dentro e fuori le aule parlamentari, tanto da garantirgli l’appoggio anche di una parte di opposizione, rappresentata dal partito d’azione nazionalista.

Il 10 Gennaio, il Parlamento turco si è espresso a favore di un pacchetto di emendamenti costituzionali, i quali prospettano una vera e propria riforma del sistema politico. L’Akp, appoggiato dal partito d’azione nazionalista, ha ottenuto 339 voti su 550, superando la soglia del 60% dei consensi. Gli insulti e le contestazioni in Parlamento sono sfociati in vere e proprie risse e hanno condotto tre membri dell’opposizione in ospedale, decretando uno dei momenti di più basso spessore nella storia democratica della Turchia.

Entro due mesi, il progetto di riforma costituzionale sarà sottoposto a referendum popolare e dai sondaggi, il risultato sembra essere incerto e oscillante.

La riforma costituzionale prevede una modifica della forma di governo, sancendo il passaggio da un regime parlamentare a uno presidenziale, che seppur possa garantire un sistema democratico e pluralista sembra, piuttosto, così com’è programmato, lanciare le basi per uno stato assoluto, scevro dal rispetto del principio di separazione dei poteri e caratterizzato da una forte ingerenza da parte del Presidente in tutti i settori oggetto di regolamentazione legislativa.

Erdogan sostiene la necessità di procedere a questa riforma, inquadrandola come una garanzia per la stabilità del Paese, in un momento storico caratterizzato dalla mancanza di leadership sul piano globale e giustificando, dunque, la svolta autoritaria in un’ottica di puro nazionalismo.

Al contrario, i membri dell’opposizione, ritengono che la riforma instauri un sistema dittatoriale e definiscono Erdogan come un “Sultano”, evidenziando il rischio di creazione di una politica assolutamente priva di controlli e lontana dal sistema di “pesi e contrappesi” che caratterizza ogni democrazia.

Dal punto di vista contenutistico, la riforma consente al Presidente della Repubblica Erdogan, la possibilità di nominare e licenziare Ministri e abolisce la figura del Primo Ministro, instaurando quella di uno o due Vice Presidenti. Sarebbe da annoverare tra i nuovi poteri del Capo di Stato, inoltre, quello di emettere Decreti Presidenziali sulla maggior parte delle questioni di competenza governativa, senza alcun passaggio di tipo parlamentare.

Ulteriore e rilevante elemento della riforma che comporta uno stravolgimento del sistema antecedente, prevede la possibilità per il Presidente di nominare i vertici dell’Esercito e dei Servizi Segreti, i Rettori delle università, i Dirigenti della Pubblica Amministrazione e alcuni membri appartenenti al potere giurisdizionale, con consequenziale ed evidente conflitto d’interessi che ne deriverebbe.

La Carta Costituzionale, emblema di garanzia e di tutela per i cittadini, espressione di conquista di diritti e libertà, si trasforma così in strumento di autorizzazione e d’instaurazione di un potere antidemocratico e repressivo ma lecito, poiché “secundum legem”.

Oltre al contenuto della riforma costituzionale, anche il processo di scrittura e approvazione della stessa non risulta imparziale ed esente da critiche diffuse; infatti, il testo della riforma è stato elaborato senza alcun confronto e dialogo tra le varie forze politiche e, soprattutto le ultime modifiche, sono state apportate mediante sedute camerali, a porte chiuse, che si sono svolte esclusivamente tra il partito del presidente Erdogan e quello d’azione nazionalista.

Le difficoltà dell’opposizione, inoltre, sono ulteriormente aggravate dall’utilizzo incondizionato della censura sulla maggior parte dei media turchi e dalla permanenza in carcere di Selahattin Demirtas, leader carismatico in grado di condizionare l’opinione pubblica.

L’Unione Europea non vede di buon occhio la nuova riforma costituzionale e il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione non vincolante, per il congelamento dei negoziati di adesione della Turchia all’interno dell’UE.  Sulla base del secondo pilastro posto a fondamento dei valori europei, infatti, sono annoverati principi considerati essenziali per l’adesione dei Paesi, tra i quali: il rispetto dei diritti umani e delle minoranze, nonché il principio di democrazia e dello Stato di Diritto, elementi che erano già messi in dubbio negli anni precedenti, ma che sono evidentemente violati dalla nuova riforma turca. Un’Unione Europea, tuttavia, dal comportamento oscillante e ambiguo, caratterizzato da un lato dall’aspra critica mossa a seguito delle vicende inerenti alla costituzione e dall’altro dalla continua attività di accordi e negoziati intrattenuti con la stessa Turchia, non ultimo l’accordo stipulato in “tema migrazione”, del 18 marzo 2016. La popolazione turca, d’altronde, continua a maturare una forma di avversione contro le politiche europee, considerate opportunistiche e non serie, e ritiene che l’Unione non avesse mai voluto concludere i negoziati con esito favorevole, considerando la Turchia come Paese musulmano. Critiche che, ovviamente, appaiono sterili e poco produttive e che alimentano, al contrario, una forma di avversione priva di ogni logico fondamento.

Altro elemento che preoccupa l’Unione è rappresentato dalla possibilità di reintroduzione della pena capitale da parte del Presidente Erdogan, provvedimento che, sulla base dei sondaggi, sembra essere sostenuto da oltre il 71% della popolazione turca.

Appare evidente, dunque, come la crisi di democrazia che caratterizza la Turchia in questo momento storico non dipenda esclusivamente da una linea eccessivamente rigida adottata dalla Presidenza, ma penetri in tutto il tessuto sociale e civico della popolazione, la quale, sull’onta del crescente nazionalismo statunitense e della politica autoritaria russa, vede in Erdogan la figura di un vero e proprio “Sultano”, unico soggetto in grado di garantire alla Turchia un’indipendenza funzionale e un’autorità strutturale in ambito internazionale.

Il Presidente turco Erdogan aveva ricoperto la carica di Sindaco di Istanbul dal 1994 al 1998 e, in seguito, dal 2003 al 2014, per tre mandati consecutivi, quella di Primo Ministro; nell’Agosto dello stesso anno è stato il primo Presidente della Repubblica eletto direttamente dai cittadini, sovvertendo la prassi che prevedeva un’elezione parlamentare di questa carica istituzionale; carica che, fino a quel momento, non sembrava essere plenipotenziaria, ma meramente potestativa.

Lungi dal voler abbandonare la guida del Paese, l’ultima e significante revisione della Costituzione prevede l’azzeramento del conteggio dei mandati del Presidente della Repubblica: resta fermo il limite dei due mandati di lunghezza quinquennale, ma se per Erdogan risultava possibile ricandidarsi nel 2019 e restare in carica fino al 2024, con conseguente impossibilità di proporre nuova candidatura, a seguito della riforma, il conteggio ripartirebbe da zero, consentendo al Presidente di restare in carica fino al 2029.

In attesa dell’esito referendario, appare chiaro che qualsiasi scelta sia compiuta dai cittadini, i quali sembrano aver rimosso ogni memoria storica antecedente, si apre per la Turchia e per tutto il panorama geopolitico internazionale un quadro nuovo, incerto e lontano dalle grandi conquiste democratiche che il mondo aveva duramente raggiunto nel corso della seconda metà del ‘900.

Adriana Brusca


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