L’indomito Rajoy a capo dell’instabile Spagna, almeno per ora

Mariano Rajoy ce l’ha fatta. Il premier uscente e leader del Partido Popular è riuscito ad ottenere al terzo tentativo la tanto agognata fiducia dal Congresso dei Deputati: 170 voti a favore sui 350 totali. Decisiva ai fini dell’incarico l’astensione di 68 deputati del Partido Socialista Obrero Español, (Psoe), spaccato al suo interno ed accusato di tradimento dalle altre forze della sinistra spagnola, Podemos in testa. Dovrebbe chiudersi così la lunga fase d’instabilità politica, iniziata il dicembre scorso, e che ha visto due tornate elettorali risultare inconcludenti ai fini della composizione di una maggioranza parlamentare stabile.

L’uso del condizionale è d’obbligo, però. Gli analisti e i media rimangono pessimisti sulla stabilità e sulla possibile incisività del nuovo esecutivo. «Potrà durare massimo due anni»la stima secondo gli addetti ai lavori. Lo scenario, quindi, non resta dei migliori. Il governo appena sorto appare debole, oltre che numericamente minoritario in Parlamento. E lo stesso Rajoy sembra esserne cosciente, aprendo nelle ore successive alla fiducia al dialogo con le altre parti politiche.

Quella del governo di minoranza ha rappresentato l’ultima spiaggia, l’unica soluzione plausibile per scampare il pericolo di terze elezioni, che per inciso sono state di lì per diventare concrete. Come previsto dalla carta costituzionale, infatti, a distanza di 60 giorni dalla prima bocciatura parlamentare, avvenuta il 31 agosto, il mandato di formare un governo sarebbe decaduto, tornando di fatto nelle mani del re. Il limite del 31 ottobre, quindi, è stato semplicemente sfiorato. Dimostrazione del fatto che la fiducia ottenuta da Rajoy sia davvero un’impresa, realizzata soprattutto grazie all’insistenza del leader popolare ed alla pazienza del re Felipe V.

Il sovrano, a differenza delle prime elezioni, ha mantenuto fede alla scelta fatta subito dopo le elezioni dello scorso giugno, di affidare l’incarico al leader del PP. A dire il vero, una scelta inevitabile, considerati i risultati delle seconde elezioni ed anche delle recenti tornate regionali, che hanno visto il Partido Popular essere in ripresa a differenza degli altri partiti. Un dato che ha permesso a Rajoy di salire nelle grazie del re ed in quelle dell’immaginario collettivo, nonché di poter proseguire nel lavoro di mediazione con le opposizioni. D’altronde la tenacia è sempre stata una qualità riconosciutagli in patria. A maggior ragione dopo che Rajoy non ha mollato mai la presa del partito, neanche di fronte alle sonore sconfitte del 2004 e del 2008 a favore del socialista Zapatero.

Mariano Rajoy è l’archetipo del uomo popular: cattolico e uomo di famiglia, che fa della sua capacità di mediazione un elemento imprescindibile. A volte esagerando, o almeno di questo lo accusano i detrattori. “Noioso”, piuttosto cauto e riflessivo quando c’è da prendere una decisione difficile. Eppure con tutti i suoi difetti del caso, Rajoy è divenuto l’unico politico a poter sbrogliare la situazione di stallo venutasi a creare. Decisiva certamente questa sua personalità, ma dalla sua parte vi sono i risultati dell’ultima legislatura. Le misure, rivolte all’austerity, sono risultate concrete soprattutto nella riduzione dei tassi di disoccupazione. La scelta su di lui è ricaduta anche per la mancanza di alternative che le elezioni hanno portato in luce. Dal dicembre 2015, il leader popolare è riuscito a rimanere in linea di galleggiamento, rafforzandosi per quanto possibile nelle seconde elezioni di giugno. Al contrario dei suoi concorrenti, infatti, che via via si sono dispersi in situazioni interne conflittuali e risultati elettorali deludenti. Pedro Sanchez del Psoe, contrario fino all’ultimo a qualsiasi accordo con Rajoy, è stato cacciato dal proprio partito, pagando sulla propria pelle politica i fallimentari tentativi di comporre il governo durante le consultazioni post elezioni di dicembre. Pablo Iglesias di Podemos, il movimento che ha sconvolto il panorama politico spagnolo, è alle prese con i primi scricchiolii e divisioni interne.

Il nuovo governo Rajoy è figlio della necessità del Paese di superare uno stallo politico che rischia di incidere sulle già preoccupanti casse dello Stato. Il fattore economico, in direzione anche di un accordo imminente con l’Europa per il rientro del deficit previsto dai trattati, ha costretto Rajoy a  non potersi tirare indietro. Il leader del PP è riuscito per ora a convincere parte delle opposizioni, soprattutto i socialisti, a sotterrare per un po’ l’ascia da guerra in nome dell’interesse nazionale. Adesso la sfida, però, è quella di smentire le stime degli esperti, che indicano in due anni la durata probabile di questo esecutivo; non il massimo come fiducia, insomma.

Mario Montalbano


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