La sicurezza prima di tutto, parola di Trump

Al grido di “We want Trump! We want Trump! We want Trump!”, i delegati hanno nominato Donald Trump come candidato repubblicano alla Casa Bianca. Una standing ovation con il più classico dei cori statunitensi “Usa, Usa, Usa…”, al quale si è unito lo stesso imprenditore newyorchese, che ovviamente ha accettato di buon grado la nomina.

Termina così una Convention repubblicana, incentrata più che mai sulla questione sicurezza. “Make America safe again”, così era iniziata la quattro giorni di Cleveland. Una variante del “Make America great again”, urlato durante tutta la campagna per le primarie da Donald Trump. Non poteva che essere così, d’altronde, nel bel mezzo dell’esplosione della questione razziale negli States e dello spauracchio del terrorismo islamista. C’era da aspettarselo, insomma, e con essa i toni e gli argomenti tipicamente alla Trump, populisti e in continuità con quella strategia che lo ha portato fino a lì.  

Obiettivo risaputo per Trump era quello di ricompattare l’unità del partito attorno alla sua figura. E l’impresa non appariva delle più semplici, considerate le assenze “pesanti” di alcuni esponenti del Grand Old Party, famiglia Bush su tutti. Non facile prendere l’eredità di Lincoln, Roosevelt e Reagan, soprattutto se sei più uno showman ed imprenditore, e di politica non hai nessuna esperienza. E questo ha pesato notevolmente nella freddezza (per alcuni è più giusto dire immobilismo), di molte componenti del Gop. Ma Trump sembra aver accolto nel segno, data l’acclamazione dei delegati, e la sua speranza è quella di aver convinto soprattutto il fronte più a destra del partito. La nomina a vicepresidente di Mike Pence un ex democratico, per sua stessa ammissione, tramutatosi poi in profondo “cristiano, conservatore e repubblicano”, va appunto in questa direzione, rappresentando il governatore dell’Indiana importante nesso di collegamento con la parte più religiosa dei repubblicani.

Ma è sulla sicurezza che Trump ha voluto insistere sul palco di Cleveland, mettendo su una kermesse, che ha finito per cavalcare l’onda emotiva di un paese, segnato dagli scontri tra polizia e afroamericani e dalla paura decennale per il terrorismo islamista. E in questo senso, quindi, quale migliore ospite se non Rudolph Giuliani, sindaco di New York nel periodo degli attentati dell’11 Settembre, a fare da sponda per il candidato repubblicano. “Quello che ho fatto io per New York, Trump lo farà per l’America”, ha detto sul palco l’ex primo cittadino della Grande Mela, ricordando di aver trasformato New York da capitale del crimine a città più sicura degli Stati Uniti. “Per una volta c’è un newyorchese nel ticket presidenziale”, ha continuato. E poi giù un attacco all’avversaria di Trump, Hillary Clinton. Non il primo e neanche l’ultimo nel corso di tutta la Convention, tanto per la questione “emailgate” quanto per l’attentato di Bengasi, in Libia. E poi l’endorsement ufficiale a Trump “Washington ha bisogno di un totale capovolgimento. E Donald Trump è l’agente del cambiamento, e sarà il leader del cambiamento di cui abbiamo bisogno”.

E quindi sotto con una galleria di altri interventi miranti a toccare l’orgoglio nazionale degli americani. Prima le dure parole, dette quasi in lacrime, di Patricia Smith, madre di uno dei quattro americani uccisi nell’attentato di Bengasi, in Libia. Passando per uno sceriffo afroamericano, e per l’ex modello italiano orgoglioso della sua cittadinanza americana raggiunta regolarmente. E poi ancora il generale in pensione, Michael Flynn, già direttore della Defense Intelligence Agency, il senatore Joni Ernst, ex colonnello della Guardia Nazionale, e tanto altro. Tutti protagonisti intrecciati con il mondo militare.

Tema della sicurezza che ovviamente Trump ha ribadito nel lungo, oltre un’ora, discorso finale. Ad introdurlo, la figlia Ivanka, che lo ha presentato come un leader coraggioso, “che non ha paura di inseguire obiettivi nobili ed ha una determinazione instancabile nel raggiungerli”. Alla stessa stregua dello speech della moglie Melanie della prima giornata, che, tra l’altro, ha già portato con sé il suo buon strascico di polemiche, considerata la somiglianza in alcuni passaggi con quello proferito da Michelle Obama nel 2008. È stata una Convention, dove inevitabilmente, Trump ha voluto mettere in campo la propria famiglia. Uno dei segnali lanciati al lato religioso e conservatore del Gop, che più volte ha storto il naso di fronte alle posizioni, e conduzione di vita, “liberal” dell’imprenditore.

“Sono con voi, con il popolo americano, sono la vostra voce”, ha rilanciato il tycoon all’inizio dell’intervento. “Il crimine e la violenza che oggi affligge il nostro Paese finiranno presto. Se sarò eletto, a partire da gennaio 2017 ripristinerò la sicurezza in America”, ha promesso Trump, non mancando di attaccare Hillary Clinton, ed indirettamente Obama, rei di aver “lasciato in eredità morte, terrorismo, distruzione e debolezza”, fallendo nella difesa dei propri cittadini.

E infine non poteva che ritornare sull’immigrazione. “Quasi 180.000 clandestini con precedenti penali girano per il paese”, rilanciando nuovamente l’ipotesi del muro al confine con il Messico. Ma anche quella di origine islamica. “Vi proteggerò dal terrorismo. Sconfiggeremo i barbari dell’Isis, e lo faremo velocemente”, ha aggiunto, in conclusione, evidenziando la necessità di sospendere l’immigrazione da quelle nazioni che sono compromesse con il terrorismo. “Nel nostro paese voglio ammettere solo persone che sosterranno i nostri valori e l’amore per la nostra gente”. “Make America great again”, ma soprattutto “Make America safe again”, parola di Trump.

Mario Montalbano


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