Sedici anni di stupri e migliaia di vittime

“Ho imparato a essere insensibile per poter curare pazienti che perdono urina e materia fecale dopo che lo stupro di gruppo le ha lacerate. Donne torturate con bastoni, coltelli, baionette esplose dentro i loro corpi rimasti senza vagina, vescica, retto. Ragazze alle quali devo dire: mademoiselle, lei non ha più un apparato genitale, non diventerà mai una donna” (Denis Mukwege).

Questo è quello che succede alle donne della Repubblica Democratica del Congo (RDC), costrette a vivere ancora oggi nel timore di saccheggi, violenze o stupri di massa. Gli stupri di guerra si sono sviluppati in seno alla guerra interetnica del Congo che, combattuta tra il 1996 e il 2003, è stata scalfita da guerre spietate, carestie e disumani atti razzisti compiuti contro la popolazione.

La guerra del Congo trova le sue radici nel genocidio del Ruanda del 1994, che, in appena tre mesi, causò l’esodo di oltre un milione di persone e la morte sistematica di circa 800 mila individui, massacrati dalle milizie filo-hutu. Nel 1994 in Ruanda l’odio etnico tra hutu e tutsi ha portato a un’operazione di pulizia etnica da parte degli hutu che successivamente furono costretti a trovare rifugio nella RDC. Riunitesi, poterono ricostruire le milizie, dando il via a un massacro che non è ancora terminato. La guerra mondiale africana si è sviluppata con l’importante presenza degli agenti ruandesi che da sempre hanno cercato di prendere possesso dei ricchi giacimenti di metalli preziosi presenti nel paese. Oro, zinco, rame, coltan, quest’ultimo essenziale nella costruzione di apparecchi elettronici, sono le poche risorse che consentono al paese di sostenere i ritmi con l’economia internazionale. Per tale motivo, questa guerra fu contraddistinta dal saccheggio sistematico dei giacimenti di metalli preziosi che sottoponeva la popolazione ad un regime oppressivo e violento. 

Lo stupro cominciò ad essere praticato già nella prima guerra del Congo, ma continuò ad essere perpetrato sempre più violentemente anche nella seconda guerra del Congo. Stupri e aberranti atti di violenza sessuale sono ormai il segno distintivo di questo brutale conflitto che ha già causato milioni di vittime. Si tratta del conflitto bellico più sanguinoso dopo la seconda guerra mondiale, con il maggior numero di vittime: 6 milioni di morti. Gli stupri e le violenze sessuali contraddistinguono questo tremendo conflitto: si stima che sono circa 400 mila le donne vittime di aggressioni sessuali.

Nella RDC le violenze sessuali si sono diffuse specialmente ad Est, nel Sud Kivu, un paese sfruttato e consumato, in cui vi è uno scarso controllo politico e dove spesso le autorità locali sono esse stesse corrotte. Gli stupri vengono attuati dai miliziani hutu, responsabili del genocidio ruandese, dal gruppo dei Mai Mai, venutosi a creare in risposta all’aggressione degli hutu, e persino dall’esercito regolare congolese che ha reclutato tra le proprie file alcuni ex combattenti.

Nonostante la guerra sia tecnicamente terminata nel 2003 e alla luce del segno di ripresa che le prime elezioni parlamentari e presidenziali libere del 2007 ha rappresentato, il paese versa ancora in una situazione turbolenta. Un paese in cui “Il corpo delle donne è diventato un campo di battaglia e lo stupro è utilizzato come arma di guerra” (Denis Mukwege). Tutto ciò è dovuto alle continue ingerenze da parte del Ruanda, alla debolezza dello Stato congolese incapace di esercitare la propria sovranità e a tutti quei movimenti ribelli provenienti dai paesi confinanti e che hanno trovato rifugio nelle foreste del Nord e Sud Kivu. Nonostante la legge contro lo stupro sia entrata in vigore nel paese, tutto questo è destinato a perdurare a causa di un’impunità radicata nelle consuetudini locali. Consuetudini che vedono questo fenomeno radicalizzarsi e diffondersi sempre più.

Un rapporto di Amnesty International mostra che, nonostante la guerra sia finita da un pezzo, lo stupro, iniziato come arma di guerra, prosegue tutt’oggi nella RDC senza che le autorità locali possano effettivamente metterne fine.  Secondo le Nazioni Unite, nel 2008, più di 150 donne in 13 villaggi sono state vittime di stupri organizzati e sistematici per mano di gruppi armati. In questo paese omicidi e stupri sono così frequenti da essere diventati la norma, parte integrante del vivere comune, una pratica abituale e alla quale la comunità inizia ad abituarsi.

“È sul corpo delle donne che si fa questa guerra” (Thierry Michel) che non stenta a finire e che ci mostra un fenomeno sociale che consiste nell’accettazione delle violenze sessuali. Ed è in questo contesto di terribili atrocità che opera e lavora da oltre 16 anni il dottor Denis Mukwege. Medico e attivista, ha fondato nel 1998 il Panzi Hospital, ospedale e casa di cura per tutte le vittime di stupri, mutilazioni genitali e qualsiasi altro tipo di violenza sessuale.

I suoi occhi ne hanno viste tante, tante vagine lacerate e bruciate, vulve scoppiate, labbra cucite e clitoridi tagliati. E ancora: bambini violentati, giovani donne incinte dei loro aggressori e donne anziane distrutte nell’intimo delle loro anime. La sua clinica rappresenta un punto di salvezza e consolazione per tutte queste donne coraggiose che continuano a lottare. Si stima che ne abbia curate circa 14 mila ed è per questo che oggi nel mondo viene conosciuto come l’uomo che ripara le donne. Le ripara fisicamente e psicologicamente, permettendo loro di rifarsi una vita. L’ospedale svolge anche un servizio di assistenza, dando la possibilità alle donne di conoscere i loro diritti.

Candidato al premio Nobel per la pace, vinse nel 2014 il premio Sacharov per la libertà di pensiero. Questo premio ha rappresentato la possibilità di far conoscere al mondo intero la situazione delle donne nella RDC, denunciare le violenze che sono costrette a vivere e il silenzio mediatico che si cela intorno.

In questo paese ci sono migliaia di donne violentate  e altri milioni di bambini nati in seguito a una violenza. Per questo motivo al discorso delle Nazioni Unite del 2012, esordisce provocatoriamente dicendo: “Vorrei iniziare il mio discorso con la formula di rito: ho l’onore e il privilegio di parlare davanti a voi. Ahimé, le donne vittime di violenza sessuale nella Repubblica Democratica del Congo sono disonorate. Vedo costantemente con i miei occhi le anziane, le giovani, le madri, e persino le bambine disonorate. Ancora oggi, molte sono schiave sessuali. Altre sono usate come armi di guerra. I loro organi subiscono i trattamenti più aberranti. E questo è successo per sedici anni! Sedici anni di tortura, sedici anni di mutilazione, sedici anni di distruzione delle donne, l’unica risorsa vitale del Congo. Sedici anni di distruzione di un’intera società. […] Il mio onore è di essere con queste donne coraggiose vittime di violenze, queste donne che resistono, queste donne che nonostante tutto rimangono in piedi. Io ho l’onore di dire che il coraggio delle donne vittime di violenze sessuali nell’Est del Congo riuscirà a superare alla fine questo male”.

La RDC ha già una legge severa contro le violenze sessuali e gli stupri, adesso occorre però darne attuazione facendo in modo che gli aggressori siano puniti e le vittime maggiormente tutelate. Occorre che la società percepisca questi atti come moralmente inammissibili e non come una prassi alla quale abituarsi.

Occorre che la comunità locale cresca una generazione che concepisca la donna come una risorsa vitale e non come un oggetto sessuale. Occorre che le donne prendano consapevolezza del loro essere figlie, madri, spose ma soprattutto e prima di tutto prendano consapevolezza di essere donne, e che con questa consapevolezza crescano fiere di esserlo e senza la paura di subire ancora una volta ritorsioni.

Martina Costa


 

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