Nuove elezioni per darsi un governo. La Spagna verso lo stallo politico

Niente da fare. La Spagna non è riuscita a darsi un governo. L’esito elettorale del 20 Dicembre 2015 non si è concretizzato in una nuova legislatura. “Non esiste un candidato che abbia il sostegno necessario per avere la fiducia in Parlamento”. Con queste parole in una nota, il re Felipe VI ha dovuto prender atto dello stallo politico del suo paese, data anche la prossimità del 2 Maggio, limite previsto per la formazione di un governo, aprendo la strada verso imminenti e nuove elezioni, che si dovrebbero tenere il 26 Giugno.

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Il re Felipe VI (credit: Angel Diaz / Reuters)

Per la prima volta dal 1978, la Spagna vede incepparsi il proprio sistema bipartitico, che fino ad oggi aveva sempre espresso un chiaro vincitore e una maggioranza stabile in Parlamento. Troppa era la frammentazione politica emersa dalle urne, gettando il paese in uno stallo, che già dal giorno seguente le elezioni appariva difficilmente risolvibile. Suo malgrado, Felipe VI si è trovato ad esercitare un ruolo insolito, anche se costituzionalmente previsto, come quello di arbitro tra le parti politiche, e che mai, infatti, si era reso necessario sotto il regno del padre Juan Carlos. Di certo non inaugurando nei migliori dei modi l’inizio del suo. La “tumba de el bipartidismo” spagnolo è figlia dello stesso malcontento verso la tradizionale classe politica, che ha colpito tutta Europa. Gli anni della crisi economica e le conseguenti riforme “pro austerity” del governo di Mariano Rajoy hanno rappresentato e rappresentano elementi giocoforza influenti del risultato elettorale del 20 Dicembre, assieme ai sempre più crescenti, numericamente parlando, casi di corruzione che avvolgono i componenti dei principali partiti politici, e in particolar modo, del Partido Popular di Rajoy.

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Mariano Rajoy con Pedro Sanchez (credit: La Presse)

Allora è facile comprendere le ragioni dell’exploit di Podemos di Pablo Iglesias, e, seppur meno rispetto alle previsioni, degli autonomisti di Ciudadanos di Alberto Rivera, diventando camera di risonanza del malcontento popolare ed elettorale delle rispettive contrapposizioni politiche, e rompendo l’equilibrio del sistema spagnolo. I tentativi, assegnati dal re più volte a Mariano Rajoy, e a Pedro Sanchez, del Partido Socialista Obrero Espanol (PSOE), sono stati finora tutti vani.

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Pablo Iglesias, leader di Podemos (credit: Andrea Comas / Reuters)

Varie sono state le possibilità prese in esame. Perfino l’eventualità di avere un governo numericamente monco in Parlamento, data la difficoltà obiettiva di raggiungere i 176 seggi necessari per ottenere la fiducia del Congreso de los Diputados. Ipotesi, infatti, prontamente troncata. Il PSOE ha provato a concretizzare un’apertura di Podemos, ma la diversità di vedute su chi dovessero essere gli altri alleati di governo, è rimasta insuperabile, vista anche l’opposizione di Pedro Sanchez verso i nazionalisti baschi e Izquierda Unida, e di Pedro Iglesias verso Ciudadanos. Il partito di Rivera, al contempo, ha fin da subito rigettato l’idea di comporre un governo con i tanto contestati popolari, preferendogli i socialisti. Un tunnel senza uscita, considerato che l’eventuale accordo tra popolari e socialisti, l’unico ad avere l’avallo completo dei numeri in Parlamento, e il supporto dell’Unione Europea e della Merkel, non è mai sembrato realmente possibile. E adesso? Nuove elezioni, l’ultima delle strade che il re avrebbe voluto percorrere, con prospettive tutt’altro che beneauguranti. Sì, perché gli analisti sono convinti, forti dei primi sondaggi, che l’instabilità persisterà, e che potrebbe avere ripercussioni sull’economia spagnola e sulla sua debole ripresa, su cui l’Europa stessa ha investito tanto.

Mario Montalbano


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