Piazze infuocate e “Stato caserma”: l’Europa tra privazione relativa, tensioni sistemiche e deriva securitaria

Piazze infuocate e “Stato caserma”: l’Europa tra privazione relativa, tensioni sistemiche e deriva securitaria

Dalla fine di ottobre 2026, l’Europa è attraversata da un’ondata di mobilitazioni transnazionali che sta infiammando numerose piazze di Italia, Francia, Spagna e Portogallo, il malcontento popolare e giovanile si scaglia apertamente contro il carovita, la crisi abitativa e una precarietà strutturale che appare ormai endemica. Dal punto di vista politologico queste tensioni non possono e non devono essere ridotte a mere questioni di ordine pubblico o di microcriminalità urbana.


Per comprendere la genesi di queste proteste, possiamo rifarci alla teoria della privazione relativa (contributi di analisi sui rivolgimenti sociali e politici). La miccia della rivolta, contrariamente a quanto si creda, non scocca necessariamente nei contesti di indigigenza o miseria assoluta, bensì laddove si crea uno scarto insostenibile tra le aspettative di benessere e una realtà di blocco della mobilità sociale. Le giovani generazioni dell’Europa meridionale percepiscono un divario insostenibile tra la promessa del merito e l’effettiva impossibilità di emanciparsi economicamente.

A livello macro-economico i risvolti internazionali di questa crisi mettono a nudo una spaccatura strutturale all’interno dell’Unione Europea. I Paesi del blocco mediterraneo storicamente gravati da economie più fragili, debito pubblico e da un welfare sotto pressione mostrano l’incapacità cronica di assorbire gli shock sistemici.

Piazze infuocate e “Stato caserma”: l’Europa tra privazione relativa, tensioni sistemiche e deriva securitaria

L’Italia, in modo particolare, si colloca tra i Paesi economicamente più vulnerabili dell’area euro, dove l’erosione del potere d’acquisto dei salari alimenta un risentimento diffuso che travalica i confini nazionali e si salda in una protesta europea.

Destra, sinistra e la risposta securitaria: lo “Stato caserma”

Di fronte a tale instabilità, la risposta della politica istituzionale si polarizza nettamente tra lo schema conservatore e le critiche delle opposizioni di centrosinistra. Da un lato, i governi di destra cavalcano la risposta securitaria e invocano la linea dura per ristabilire l’autorità dello Stato. In Italia, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha reagito alle recenti tensioni urbane e alle devianze giovanili (legate anche ai fenomeni di disagio urbano e alle scorribande dei gruppi noti come “maranza”) approvando un severo “pacchetto normativo”.

Il nuovo decreto sicurezza introduce il reato specifico di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, estendendo l’arresto in flagranza differita tramite le videoriprese, ed inasprisce le sanzioni estendendole ai minori e alle famiglie, prevedendo l’impiego massiccio di centinaia di nuovi militari nelle strade e nelle piazze urbane. Un impianto normativo che l’opposizione e i movimenti denunciano come il preludio di uno “stato caserma” e anti costituzionale volto a militarizzare il controllo sociale.

Dall’altro lato, la sinistra imputa la radice del problema all’incapacità dell’esecutivo di fornire risposte redistributive e sociali, riducendo un problema di malessere strutturale a una questione esclusivamente penale.

Piazze infuocate e “Stato caserma”: l’Europa tra privazione relativa, tensioni sistemiche e deriva securitaria

È interessante notare la dinamica di queste sommosse. La rabbia delle masse e la privazione economica costituiscono una condizione necessaria ma non sufficiente per innescare un cambiamento profondo. Senza una variabile interveniente, come una leadership strutturata, una visione politica egemone o un’avanguardia organizzata capace di canalizzare il conflitto, la protesta rischia di esaurirsi in sommosse sterili o di subire una rigida sterilizzazione repressiva.

Il paradosso del consenso a Vannacci nel Mezzogiorno e l’abbandono del Sud

Un nodo centrale e irrisolto si osserva nel Mezzogiorno d’Italia. Il successo e il radicamento elettorale di Roberto Vannacci (e del suo movimento) nelle regioni meridionali rappresentano un paradosso politologico notevole. Sebbene il fenomeno nasca con venature identitarie legate al Centro-Nord, il consenso di Vannacci cresce in modo esponenziale proprio tra le fasce economicamente più fragili del Sud.

Si registra un vero e proprio cortocircuito ove il Meridione esprime gradimento per una figura di forte rottura populista e securitaria, pur essendo storicamente l’area più colpita dall’abbandono strutturale dello Stato, dalla povertà e dal divario infrastrutturale. La cruda realtà politica è che, al di là delle enunciazioni di facciata, alle grandi forze tradizionali sia di governo che di opposizione delle reali condizioni del Sud “non importa nulla”, se non come serbatoio di voti da sfruttare a intermittenza.

Mentre i media e i palazzi romani criminalizzano le piazze o si scandalizzano per le vetrine rotte riducendo tutto a mera questione di ordine pubblico e microcriminalità, si continua a ignorare colpevolmente la violenza sistemica, economica e morale che lo Stato e l’indifferenza della politica infliggono ogni giorno ai cittadini meridionali: salari bloccati, disoccupazione endemica e fuga inevitabile dei cervelli.

In questo vuoto assordante, il voto a Vannacci diventa per molti l’unico grido di ribellione disponibile contro un sistema politico percepito come totalmente estraneo. Ma tale adesione avviene nonostante le sue stesse idee economiche -strizzate d’occhio ai piccoli imprenditori o direttrici che nella realtà dei fatti non affrontano la specificità del sud- , l’aspetto programmatico in economia viene dato per scontato .

Il caro-carburante , le ferite economiche e I Rumors Sulle dimissioni di Giorgia Meloni

Sul piano economico, l’Italia detiene il primato negativo sul costo dei carburanti e dell’energia rispetto alla media europea, a causa di una struttura fiscale e di un mix energetico dipendenti dall’esterno. Nelle aree interne e nel Mezzogiorno, dove i trasporti pubblici sono carenti, l’auto privata è l’unico mezzo di sussistenza, rendendo l’inflazione e il caro-carburante una miccia di impoverimento immediato per il ceto medio-basso.

A completare il quadro politico degenerato negli ultimi tempi vi sono i rumors circolati nei palazzi romani riguardo alla possibilità che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni valuti le dimissioni strategiche a marzo, subito dopo il vertice europeo a Roma, per puntare a un election day in primavera. Una mossa per anticipare l’usura della stessa legislatura sebbene tale mossa terrorizzi gli alleati di coalizione e si scontri con l’ascesa di forze di disturbo a destra come quella di Vannacci.

Dall’altra parte, la fragilità strutturale dell’alternativa del centrosinistra (il “campo largo” tra PD e M5S) sconta la mancanza di un asse programmatico solido e di una visione comune capace di intercettare stabilmente quei territori del Sud che oggi, per disillusione, o non votano o si rivolgono alla destra populista.

Quali sono le Implicazioni internazionali e le prospettive europee?

La proiezione internazionale di questa deriva evidenzia un cortocircuito istituzionale di portata continentale. Quando i governi europei rispondono a crisi economico-strutturali affidandosi unicamente ai cordoni di polizia e alla deterrenza penale, il divario di legittimità tra cittadini e istituzioni si allarga esponenzialmente.

Le cronache delle piazze europee dimostrano che la stabilità democratica non può reggere sulla sola compressione del diritto di manifestazione , la vera sfida per la politica e le relazioni internazionali resta la capacità di riformare i modelli economici prima che la tensione sociale diventi cronica.

di Alessandra D’Errigo

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