Giorgio Forattini, la satira come specchio scomodo della Repubblica

Giorgio Forattini, la satira come specchio scomodo della Repubblica

Ci lascia il maestro della satira in vignetta, Giorgio Forattini. Il motto del suo lavoro “se non fa arrabbiare nessuno è arredamento”.


Giorgio Forattini è stato uno di quei nomi che non si possono separare dalla storia della Repubblica italiana. Produsse oltre 14 mila vignette che hanno attraversato governi, crisi, scandali, transizioni, e hanno raccontato il Paese in un modo che nessun editoriale avrebbe potuto fare con la stessa forza. Perché il disegno, quando è satira, è un colpo diretto: non spiega, mostra. Non argomenta, punge.

Giorgio Forattini, la satira come specchio “scomodo” della Repubblica

Forattini lo ha fatto per mezzo secolo, spesso con una ferocia che ha diviso, scandalizzato, fatto discutere. Ma l’Italia, per tanti anni, ha guardato a quelle vignette come a uno specchio necessario.

Il potere come bersaglio

Nelle sue tavole non c’era sacralità per nessuno: politici di sinistra, leader cattolici, figure istituzionali e naturalmente la destra, con cui pure ha spesso condiviso fasi di vicinanza. Tra i suoi prediletti vi troviamo Craxi, Andreotti, D’Alema, Prodi, Berlusconi, tanto per citarne qualcuno.

Forattini era un caso raro: un satirico trasversale, che non cercava consenso ma squilibrio.

Giorgio Forattini, la satira come specchio “scomodo” della Repubblica

Il suo tratto era riconoscibile: caricature marcate, corpi esagerati, sguardi liquefatti. Una grafica capace di far scivolare la figura pubblica verso il grottesco, come se il potere stesso contenesse già la sua deformità — bastava solo renderla esplicita.

Il paradosso della satira

La satira, in Italia, è quasi sempre stata accompagnata da una discussione sulla libertà: fin dove ci si può spingere? Forattini ha valicato più volte quella soglia, finendo in tribunale, scatenando polemiche, venendo accusato di essere “di parte” — a volte di destra, a volte di sinistra, a seconda di chi fosse l’obiettivo. Ma è proprio lì che la satira vive: nel punto in cui il potere si irrita.

In un’intervista degli anni Duemila, Forattini disse: «La satira non deve essere giusta, deve essere libera». Una posizione che oggi, nell’epoca della comunicazione filtrata dai social, dove ogni messaggio passa attraverso schieramenti e algoritmi, suona quasi rivoluzionaria.

Un esempio emblematico della satira politica di Giorgio Forattini è la vignetta realizzata in occasione del referendum sul divorzio del 1974: una bottiglia su cui campeggia la scritta “Divorzio” che si stappa da sola, e dal cui collo viene proiettato in aria Amintore Fanfani, uno dei più accesi oppositori della legge. L’immagine, essenziale e immediata, rovescia l’immaginario della campagna anti divorzista, che sosteneva che l’introduzione del divorzio avrebbe fatto “saltare” la famiglia e l’ordine sociale. Qui a saltare non è la famiglia, ma chi rivendicava il diritto di stabilire cosa dovesse essere.

Giorgio Forattini, la satira come specchio “scomodo” della Repubblica

Forattini mostra così come la battaglia attorno al divorzio non fosse soltanto morale o religiosa, ma profondamente politica: la possibilità di scegliere rompeva un assetto di potere, facendo “saltare” l’autorità di chi pretendeva di definire la normalità.

Eredità di Giorgio Forattini (senza sconti)

Oggi la satira politica italiana esiste ancora, certo. Ma spesso è commento, non colpo. Partecipa al discorso più che spezzarlo. Vuole l’applauso dell’algoritmo, non il fischio del ministro.

Forattini — nel bene e nel male — cercava il nervo scoperto. Non voleva che gli dicessero “Hai ragione”. Voleva che qualcuno, leggendo, dicesse: “Accidenti”. Ricordare Forattini oggi significa ricordare una stagione in cui il disegno era un atto politico.

Non per persuadere, ma per turbare. Non per difendere, ma per mettere in difficoltà. Se una vignetta non fa arrabbiare nessuno, non è satira, è arredamento. E Forattini, nel nostro paesaggio mediatico, era l’ultima cosa che si potesse appendere al muro per bellezza. La sua matita non cercava pace. Non la offriva. Non la chiedeva. Disegnava il potere come realmente è: ridicolo quando si prende sul serio. E il potere, questo, non lo perdona mai.

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