Trump alla Knesset: un discorso trionfalista che ignora del tutto la Palestina
Il discorso di Trump alla Knesset celebra i risultati di Israele, ma ignora la voce palestinese e insulta le sue vittime: un accordo imposto, non condiviso.
Lo scorso 13 ottobre Donald Trump ha pronunciato un discorso alla Knesset, il parlamento israeliano, che ha suscitato entusiasmo tra i deputati israeliani e i sostenitori del presidente statunitense. Acclamato tra applausi e berretti rossi MAGA come “il presidente della pace”, Trump ha celebrato la fine della guerra a Gaza e il rilascio degli ostaggi israeliani come un «trionfo per Israele e per il mondo», ma senza mai citare la Palestina.
Un delirio di onnipotenza che riecheggia pagine buie della storia delle dittature. Le sue parole, cariche di un cinismo rivoltante, non sono state solo un elogio al massacratore Benjamin Netanyahu, ma una vera e propria rivendicazione di paternità del genocidio in corso a Gaza.
Mentre il mondo osserva inorridito una catastrofe umanitaria senza precedenti, con un bilancio che supera le 67 mila vittime palestinesi, al 90 per cento civili, Trump ha avuto l’arroganza di dichiarare: «Israele, con il nostro aiuto, ha vinto tutto ciò che poteva con la forza delle armi. Avete vinto». Questa frase, pronunciata tra gli applausi scroscianti, è un insulto alla memoria di decine di migliaia di innocenti. È un’affermazione che suona come una beffa di fronte a oltre 30 mila bambini massacrati, squartati dalle «migliori armi» che lo stesso Trump si vanta di fornire.
Retorica e paternalismo
Il vanto rivendicato da Trump di aver armato Israele, elogiando Netanyahu per come «ha usato bene» i più moderni strumenti di morte statunitensi, rivela un disprezzo totale per la vita umana. Ogni bomba sganciata, ogni proiettile sparato con armi americane ha contribuito a mutilare e a rendere orfani decine di migliaia di bambini. Secondo l’UNICEF e Save the Children, la strage è di una tale portata che a Gaza si contano oltre 64 mila bimbi morti o mutilati e quasi 40 mila nuovi orfani. Ecco la “vittoria” che Trump celebra e rivendica con tanta forza.
La standing ovation tributatagli dalla Knesset è stata l’applauso della vergogna, il sigillo su un patto scellerato che calpesta ogni principio di umanità.
Nel suo discorso, Trump ha offerto ai palestinesi una “scelta”: abbandonare il terrorismo e puntare alla ricostruzione. È una narrazione semplificata che ignora decenni di occupazione, colonizzazione e violazioni dei diritti umani. Il presidente americano ha parlato di “età dell’oro” e di “nuovo Medio Oriente”, ma ha evitato qualsiasi riferimento concreto alla creazione di uno Stato palestinese, limitandosi a vaghe promesse di autodeterminazione futura, subordinate a riforme non meglio precisate.
La protesta silenziata
Durante il discorso alla Knesset, due parlamentari israeliani, Ayman Odeh e Ofer Cassif, sono stati espulsi per aver mostrato cartelli con la scritta “Recognise Palestine”. Trump, con tono ironico, ha commentato l’accaduto: «Siete stati molto efficienti».
Questo episodio è emblematico della repressione di ogni voce dissidente e della marginalizzazione delle istanze palestinesi anche all’interno di Israele stesso, che si allontana sempre più dallo stato di diritto di una democrazia.
Un accordo di pace senza i palestinesi
Il vertice di Sharm el-Sheikh, dove è stato firmato l’accordo di pace tra Israele e Hamas, ha visto la partecipazione di oltre trenta leader internazionali, ma ha relegato l’Autorità Nazionale Palestinese a un ruolo marginale. Hamas, pur presente, ha accettato solo parzialmente il piano in 20 punti proposto da Trump, che prevede la smilitarizzazione di Gaza e l’istituzione di una forza di polizia civile sotto supervisione internazionale. La mancanza di una rappresentanza palestinese ampia e legittimata nel processo negoziale solleva interrogativi fondamentali sulla sostenibilità e la giustizia dell’accordo. Come può definirsi “storico” un accordo che non coinvolge pienamente il popolo palestinese, le sue istituzioni e le sue aspirazioni nazionali?
Dopo due anni di conflitto e la devastazione lasciata a Gaza dalle bombe, le «minuzie» – come le ha definite Steve Witkoff inviato per il Medio Oriente di Trump – ammontano a 53 miliardi di dollari per la ricostruzione, oltre a dover risolvere la questione di chi amministrerà i 363 chilometri quadrati da qui in avanti.
Una pace imposta
Il discorso di Trump, che in 66 minuti non ha mai pronunciato la parola Palestina, e l’accordo di Sharm el-Sheikh rappresentano un tentativo di imporre una pace costruita su interessi geopolitici e logiche di potere, piuttosto che su un autentico processo di riconciliazione. Senza una partecipazione piena e paritaria dei palestinesi, ogni accordo rischia di essere solo una tregua temporanea, destinata a crollare sotto il peso delle ingiustizie non risolte.


