La sicurezza che manca: tra villaggi militari e città vulnerabili

La sicurezza che manca: tra villaggi militari e città vulnerabili

Palermo riflette su un paradosso doloroso: mentre si celebrano le forze armate come presidio di sicurezza nazionale, la vita di un giovane viene spezzata nel cuore della città, senza che nessuno riesca ad impedirlo. In questo contesto, la vera domanda che sorge spontanea è solo una: che senso ha parlare di difesa, se non riusciamo a difendere la quotidianità?


La retorica della difesa e la realtà della paura

I primi giorni di ottobre, Palermo ha ospitato il Villaggio dell’Esercito, un’iniziativa del Ministero della Difesa per avvicinare i cittadini alle Forze Armate. “Difendiamo anche chi protesta” ha dichiarato il Ministro Crosetto, mentre il sindaco Lagalla ha parlato di un evento volto a “rafforzare il legame con la comunità”.

La sicurezza che manca: tra villaggi militari e città vulnerabili

Carri armati, tende espositive e simulazioni di soccorso hanno popolato Piazza Politeama, raccontando un’Italia che si difende, che partecipa alle missioni internazionali, che protegge i confini.

Non sono mancate le proteste di giovani, attivisti ed associazioni. La critica mossa riguarda proprio la spettacolarizzazione dell’apparato bellico — mentre contemporaneamente decine di migliaia di civili muoiono in un teatro di guerra — percepita come insensibile, o peggio come una normalizzazione della presenza bellica nella vita civile.

Ed è proprio in questo contesto che la città continua a dover fare i conti ancora una volta con la triste e brutale realtà: l’omicidio di Paolo Taormina, 21 anni, ucciso in pieno centro città con un colpo di pistola mentre cercava di fermare una lite.

Un’altra morte che si aggiunge alla perdita di tanti giovani che vengono accoltellati o uccisi per uno sguardo di troppo. Queste vicende raccontano un altro tipo di guerra, più silenziosa e pervasiva: una guerra per la convivenza civile, per il rispetto delle regole e per la tutela della vita quotidiana.

La contraddizione simbolica

Sicuramente due eventi lontani per contesto, ma uniti da un contrasto evidente: da un lato la celebrazione della “sicurezza nazionale”, dall’altro l’impotenza di fronte alla violenza urbana. Adesso la questione di fondo è chiedersi che senso di sicurezza stiamo costruendo.

La sicurezza che manca: tra villaggi militari e città vulnerabili

Quando la città ospita mezzi blindati in piazza Politeama, mentre qualche ora o giorno dopo si piangono giovani uccisi per futili motivi, emerge una frattura simbolica: l’Italia sembra mostrare i muscoli sul piano internazionale, ma appare disarmata nel garantire la sicurezza reale delle sue strade.

Il punto è tutto qui: la sicurezza non è solo forza, ma è anche e soprattutto presenza.
Non basta esibire l’efficienza delle missioni militari se i cittadini, nelle vie del centro, sentono il bisogno di guardarsi le spalle.
Non basta ricordare che l’Esercito difende la Nazione, se la “nazione” – intesa come comunità di cittadini – si sente abbandonata, considerando la città in cui vive come il Far West.

La retorica della sicurezza nazionale rischia così di oscurare la domanda di sicurezza sociale, che è meno spettacolare ma più urgente: scuole sicure, quartieri illuminati, forze dell’ordine presenti e formate, regole rispettate, convivenza civile.

Non si tratta di militarizzare le strade, ma di ricostruire il senso di responsabilità condivisa che tiene insieme una comunità.

Due (apparenti) livelli di sicurezza

L’Italia spende miliardi ogni anno per la difesa militare, partecipa a coalizioni internazionali, investe in tecnologia bellica e cyberdifesa.
Ma quando si parla di sicurezza urbana, di polizia di prossimità, di videosorveglianza, di prevenzione sociale, le risorse sembrano sempre insufficienti.

È come se esistessero due livelli di sicurezza: una, “alta”, che si muove su scenari geopolitici, con mezzi, simboli e uniformi; l’altra, “bassa”, quotidiana, che riguarda la vita dei cittadini nei luoghi in cui vivono, studiano e lavorano.

La sicurezza che manca: tra villaggi militari e città vulnerabili

La morte di un ragazzo di 21 anni per una rissa non risolta non è solo una tragedia individuale: è il sintomo di un fallimento sistemico.

È la prova che, al di là delle parate e delle cerimonie, la sicurezza reale – quella di ogni giorno – si costruisce nella prossimità, nella prevenzione, nell’educazione, nella giustizia che arriva in tempo.

Rimettere insieme Stato e città

La lezione più importante è forse questa: la sicurezza non si mostra, si costruisce, non con uno spettacolo in piazza ma con la presenza e l’impegno costante e quotidiano delle istituzioni nella vita reale delle persone.

La “difesa” dello Stato non può e non deve limitarsi solo ai confini nazionali, dimenticandosi dei diritti civili dei loro cittadini e del loro benessere. La sicurezza comincia dove finisce la paura: nella possibilità di vivere bene, insieme, in pace.

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