Il 22 settembre e l’importanza della disobbedienza civile
Cosa significa essere umani? Il 22 settembre 2025, l’Italia ha provato ad abbozzare una risposta facendo sentire la voce del popolo
Lo scorso 22 settembre, migliaia di persone – studenti, lavoratori, attivisti – hanno scelto la strada della disobbedienza civile scendendo in piazza, scioperando insieme, per Gaza. Quello che è accaduto si riflette negli occhi di chi, nelle piazze di Torino, Roma, Milano, Matera e di tante altre città italiane, ha smesso di accontentarsi della sicurezza dell’obbedienza e ha preferito la fragilità del dissenso.
Disobbedienza civile: quando la coscienza supera le regole
Ci hanno insegnato che la normalità sta nell’obbedienza: stare al proprio posto, accettare il comando, chiudere gli occhi di fronte all’ingiustizia. Ma la storia ci mostra quanto spesso il male sia stato commesso proprio nel nome dell’obbedienza. La banalità del male, come ci ha ricordato Hannah Arendt, nasce da uomini comuni – simili a noi – che obbediscono senza interrogarsi, che lasciano che la routine si trasformi nell’alibi del silenzio. Siamo portati a credere che ci sia un confine netto tra chi commette il male e chi ne è immune, ma questa rassicurazione è illusoria: sono le scelte, il contesto sociale e la capacità di resistere all’autorità che decidono da che parte stare.
È proprio la disobbedienza civile, allora, a rappresentare il vero atto di coraggio: il momento in cui la coscienza si fa voce, anche a rischio di sentirsi esiliati, anche a costo di incrinare la quiete fittizia dell’ordine imposto.
Gli scioperi per Gaza: una presa di posizione collettiva
Il 22 settembre, mentre i treni si fermavano nelle stazioni di Milano, i cortei partivano da piazza Arbarello a Torino, e studenti e cittadini si muovevano in tante città; la società italiana si è riconosciuta capace di reagire, di alzare la voce quando chi lo dovrebbe rappresentare tace. Gli slogan non chiedevano solo un cessate il fuoco: gridavano il diritto di ogni persona a non essere ridotta al silenzio, la necessità che l’Italia accompagnasse il dissenso con gesti concreti, la volontà di “restare umani” di fronte all’ingiustizia.
Non è solo una questione di solidarietà verso la popolazione palestinese: scioperare significa esporsi, perdere ore di stipendio, rischiare il conflitto sociale e la diffidenza, per difendere la dignità di chi non ha più voce. È il gesto di chi, di fronte all’ingiustizia istituzionalizzata, si rifiuta di essere complice.
Il pericolo dell’obbedienza cieca e la forza della ribellione
Le piazze d’Italia hanno reso visibile ciò che troppo spesso resta sottotraccia: la disobbedienza civile non è anarchia, è la forma più alta di responsabilità morale. Non si tratta solo di rifiutare un ordine, ma di assumersi il costo, anche personale e sociale, di quella scelta. Nel contesto storico di oggi, la cultura dell’obbedienza cieca rischia di neutralizzare la capacità critica, di renderci spettatori dell’orrore .
Serve coraggio per essere ribelli, sapendo che spesso non si verrà riconosciuti come eroi. Ma sono proprio questi atti, spesso silenziosi, spesso isolati, a cambiare il corso degli eventi. La disobbedienza costringe ognuno di noi a interrogarsi su dove finisce l’ordine “giusto” e dove comincia la complicità.
Non basta non voltarsi dall’altra parte: serve esserci
Guardando agli scioperi per Gaza, quello che emerge è la forza di una comunità che si fa carico della propria responsabilità storica. Le manifestazioni non sono solo un gesto politico ma un atto profondamente etico: ricordano che la libertà si conquista ogni giorno, spesso contro il parere della maggioranza, spesso nella fatica di essere in minoranza.
Disobbedire, in questi tempi, è anche non rassegnarsi all’inerzia. Se la storia ci insegna qualcosa è proprio questo: il male si consolida quando nessuno interviene, quando si accetta l’ordine delle cose anche contro la propria coscienza. Gli scioperanti di oggi, come i ribelli di ieri, ricordano che esiste uno spazio in cui l’impegno personale può fare la differenza, che ogni piccolo atto di resistenza è una vittoria della dignità contro la disumanizzazione.
L’eredità della disobbedienza civile
La disobbedienza civile non è mai comoda: mette in crisi i rapporti, le abitudini, il quieto vivere. Ma solo grazie ai gesti di chi si è ribellato possiamo ambire a un futuro migliore. Ecco perché gli scioperi per Gaza devono essere guardati con rispetto. Sono il segno che, anche in tempi difficili, la coscienza collettiva può ancora scegliere l’umano contro l’indifferenza, la speranza contro il cinismo.


