Il referendum sull’aborto in Italia e la sua storia

Il Referendum sull’aborto in Italia e la sua storia

Il 17 maggio 1981, gli italiani parteciparono al referendum abrogativo in tema di aborto. Ripercorriamo le vicende di questo evento storico.


Il 17 maggio 1981 i cittadini italiani vennero chiamati per esprimere la propria volontà riguardante il referendum abrogativo in tema di aborto. Referendum che fu frutto di anni di turbolenze politiche e giuridiche in risposta di nuove esigenze e sentimenti sociali.

Inquadrandolo nel contesto storico, rivoluzionaria fu la pronuncia della Corte Costituzionale con la sentenza n. 27 del 1975, rilevando l’illegittimità parziale del reato di aborto, reato previsto dal previgente art. 546 c.p. ove puniva «Chiunque cagionasse l’aborto di una donna consenziente».

La legalizzazione dell’aborto ante referendum

A seguito della pronuncia dei giudici costituzionali, la Legge del 22 maggio 1978 legalizzò l’aborto, precisamente con la n. 194 “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”. Entra in vigore il 5 giugno 1978, ove abroga l’art. 546 c.p. e l’intero Titolo X “Dei delitti contro l’integrità e la sanità della stirpe”. Tale Legge è espressamente orientata a favor della madre, alla quale è riconosciuta la possibilità di ricorrere all’interruzione volontaria della gravidanza entro i primi novanta giorni della gestazione.

Come si evince dall’articolo 6 della suddetta legge, qualora «la gravidanza o il parto comportano un grave pericolo per la vita della donna» o «quando siano accertati processi patologici, malformazioni del nascituro che determinano pericolo per la salute fisica o psichica della madre», è possibile ricorrere all’aborto terapeutico dopo i novanta giorni dal concepimento. La ratio della norma trova legittimazione nel bilanciamento giuridico tra il diritto alla vita del nascituro ed il diritto della salute della madre, alla quale però è riservata maggiore attenzione.

A seguito della sentenza della C. Cost. 27/1975 e della L. 194/1978, la politica si divide tra abolizionisti della L. 194 e sostenitori che non nascondono la necessità di redigere una legge sull’aborto più avanzata e svincolata da ulteriori condizionamenti e vincoli.

I due principali schieramenti

Il Movimento per la vita, nato nel 1975 con lo scopo di tutelare il diritto alla vita, presenta alla Corte di Cassazione una richiesta di raccolte di firme per indire un referendum abrogativo, riguardante la depenalizzazione dell’art. 546 c.p. e la quasi totale abrogazione della stessa L. 194, fatta eccezione soltanto per la pratica dell’aborto terapeutico secondo i casi indicati dalla suddetta legge.

In risposta, il partito Radicale rende nota la sua volontà di adire ad un referendum estensivo della L. 194, col quale chiede di fatto la totale liberalizzazione del diritto di aborto, l’eliminazione di ogni divieto e censure per le ragazze minorenni e, infine, la sua applicazione presso le case di cura private. Per la primavera del 1981 autorizzarono e calendarizzarono entrambi i referendum.

Gli italiani che si recarono alle urne il 17 maggio 1981 si espressero con il 68% dei voti a favore del mantenimento della Legge 194, respingendo entrambi i quesiti con il 32% dei voti. Gli italiani scelsero di salvare il diritto all’aborto così come tutelato dalla legge, diritto di libertà di scelta di praticarlo anche con l’ausilio di consultori familiari e non più presso vie traverse di scantinati clandestini dove le donne trovavano quasi certamente la morte.

Di Ivana Costa

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