Montanelli, trent’anni senza “la Voce”

Il 12 aprile 1995, esattamente trent’anni fa, usciva l’ultimo numero de “la Voce“, quotidiano fondato e diretto da Indro Montanelli.
«Noi volevamo fare, da uomini di Destra, il quotidiano di una Destra veramente liberale, ancorata ai suoi storici valori: lo spirito di servizio (quello vero, taciuto e predicato), il senso dello Stato, il rigoroso codice di comportamento che furono appannaggio dei suoi rari campioni da Giolitti a Einaudi a De Gasperi. Insomma l’organo di una Destra che oggi si sente oltraggiata dall’abuso che ne fanno gli attuali contraffattori. Questa Destra fedele a sé stessa in Italia c’è, ma rappresenta un’élite troppo esigua per poter nutrire un quotidiano. Ecco il vizio d’origine che ha fatto de “la Voce” un giornale sbagliato, anzi un giornale straniero».
Queste le parole utilizzate da Indro Montanelli, il 12 aprile 1995, in uno dei passaggi più significativi del suo editoriale “Uno straniero in Italia“. Consapevole di essere giunto praticamente alla fine della sua avventura editoriale, nell’ultimo numero de “la Voce“, uscito in edicola col titolo emblematico “Il giorno degli sciacalli“, Montanelli provò a spiegarne la ragione di fondo.
Montanelli e la nascita del giornale “la Voce“
Il quotidiano “la Voce“, in edicola dal 22 marzo 1994 al 12 aprile 1995, nacque dopo l’addio di Montanelli al “Giornale nuovo“, che lui stesso aveva fondato e diretto per vent’anni. Dopo mesi di contrasto con l’editore Silvio Berlusconi, che aveva dichiarato di volersi candidare alle elezioni politiche, Montanelli alla veneranda età di ottanta cinque anni fondò un nuovo quotidiano, portandosi dietro parecchi redattori del “Giornale“.
Ispirandosi alla rivista di inizio ’900 diretta da Giuseppe Prezzolini, Montanelli volle creare un quotidiano totalmente indipendente e libero da influenze politiche, in un contesto ancora segnato dalle indagini di Tangentopoli e dal disfacimento del sistema politico della Prima Repubblica. Sin dal suo primo editoriale, Montanelli chiarì quindi le linee guida del suo nuovo giornale: assetto azionario senza un vero e proprio padrone, disimpegno da qualsiasi forza politica, linguaggio e stile all’insegna della sobrietà e della pacatezza.
L’esperienza de “la Voce” fu breve ma intensa, rappresentando nei suoi tredici mesi di attività una vera e propria spina nel fianco per entrambi i fronti del bipolarismo, appena nato nel nuovo scenario della Seconda Repubblica. Dalle sue pagine partivano infatti aspre critiche nei confronti del primo governo guidato da Berlusconi, ma invettive altrettanto forti contro i partiti di Sinistra: “la Voce“, da destra, muoveva critiche a quel governo di centrodestra ancor più di quanto non facessero i quotidiani di area progressista.
Lo stesso Montanelli provò più volte a spiegare questo “strano” atteggiamento, portando avanti coerentemente le sue opinioni conservatrici e liberal-democratiche, che aveva ritenuto minacciate negli anni Settanta da sinistra e negli anni Novanta da destra o meglio da quella che appariva come destra dopo la cosiddetta “discesa in campo” del Cavaliere nell’agone politico italiano.
La svolta
La svolta “montanelliana” si registrò non solo nei contenuti del nuovo quotidiano, ma anche nell’aspetto grafico, molto innovativo per i tempi. “la Voce” si caratterizzò infatti per i molti articoli d’opinione, per i fotomontaggi, le numerose rubriche, la sezione cultura particolarmente curata (Il Caffè) e le pagine quasi prive di pubblicità. Nel suo primo numero, uscito il 22 marzo 1994, “la Voce” mostrava una prima pagina raffigurante un’Italia spaccata a metà tra le facce di Silvio Berlusconi e di Achille Occhetto, i due leader che si contesero le elezioni del ’94.

Per ciò che riguardava la linea editoriale e la collocazione politica del nuovo quotidiano, Montanelli così dichiarò nel primo numero, uscito pochi giorni prima del voto:
«Noi de “la Voce” saremo certamente all’opposizione. Un’opposizione netta, dura, sia che vinca l’uno sia che vinca l’altro. Il difficile sarà proprio distinguerci dall’altra opposizione. Se vince questa destra noi certamente gli faremo opposizione, cercando però di distinguerci da quella che gli faranno a sinistra. Se vince la sinistra noi faremo opposizione ugualmente ferma, cercando di distinguerci da quella che gli faranno gli uomini della cosiddetta destra; lì sarà la difficoltà per noi».
Una battaglia persa
Dopo l’exploit ottenuto all’esordio con 450mila copie vendute, “la Voce” ebbe un discreto successo nei primi mesi, salvo poi ridurre sensibilmente le sue vendite. Le attività del quotidiano andarono indebolendosi sia a causa della sfrenata concorrenza dei colossi già esistenti nel panorama giornalistico italiano, che soprattutto per il distorcimento complessivo del mondo dell’informazione, dovuto allo strapotere delle televisioni e al raddoppio del prezzo della carta
Il giornale chiuse con vendite di poco sopra le 40mila copie e i redattori de “la Voce” rimasero quasi tutti disoccupati, tranne pochissimi che Montanelli riuscì a portare con sé al “Corriere della Sera“.
In un altro passaggio importante del suo ultimo editoriale, “Uno straniero in Italia“, Montanelli scrisse:
«Per tenere e difendere le mie posizioni, ho dovuto, in questi ultimi anni, fondare due giornali ‘contro’: contro la Sinistra, quando era la Sinistra a minacciarle, ed ora contro l’attuale parodia di Destra che le sta – cosa ancora più pericolosa – discreditando. Due battaglie, due sconfitte, di cui vado ugualmente fiero, ma che mi hanno lasciato addosso – nel morale ed anche nel fisico – troppe cicatrici. Chiedo ai lettori di riconoscermi il diritto al congedo. Mi mancheranno, i lettori, quei lettori, mi mancheranno terribilmente. Spero di mancare anch’io un poco a loro, ma spero ancora di più che “la Voce” dei miei ragazzi non faccia rimpiangere la mia».
L’eredità de “la Voce” di Montanelli
Fondando un nuovo quotidiano all’età di ottanta cinque anni, Montanelli volle riaffermare la sua libertà e indipendenza giornalistica, difendendo le sue posizioni conservatrici e una tradizione della destra italiana che non voleva identificarsi con la figura e con la politica di Berlusconi.
Montanelli ebbe modo di continuare a rapportarsi con i suoi lettori grazie alla “Stanza”, la rubrica del “Corriere della Sera” creata appositamente per lui, dove scrisse fino alla fine dei suoi giorni, ma quella de “la Voce” è da considerarsi la sua ultima grande sfida alla guida di un quotidiano. Oltre ad aver rappresentato l’ultimo giornale diretto da Montanelli, “la Voce” fu una grande palestra di giornalismo, avendo contribuito a lanciare alcune penne brillanti come Marco Travaglio, Peter Gomez e Beppe Severgnini.


