Cina, un’economia in stallo

L’economia cinese sta attraversando una fase turbolenta. La crescita sta rallentando e alcuni squilibri sembrano rafforzarsi.


Il Congresso Nazionale del Popolo, nei primi di marzo di quest’anno, aveva indicato per l’economia del Dragone asiatico un obiettivo di crescita del 5,5 per cento per l’anno in corso. Il target indicato, sebbene considerato da molti analisti abbastanza ottimista, indicava il più basso tasso di crescita per l’economia cinese degli ultimi trent’anni, con l’eccezione dell’anno 2020, funestato dal forte impatto pandemico. 

In realtà, i dati presentati nel World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale (FMI) di aprile sono ben peggiori rispetto alle attese. Essi prevedono una crescita del 4,4 per cento per l’anno in corso e del 5,1 per cento per il prossimo anno, in forte peggioramento rispetto alle previsioni fatte alla fine del 2021 che prevedevano una crescita del 5,6 per cento per il 2022 e del 5,3 per cento per il 2023. 

La pubblicazione del FMI mette ben in chiaro come le previsioni di quest’anno siano fortemente suscettibili di cambiamenti: una serie di fenomeni, quali il conflitto in Ucraina, la pandemia internazionale, le difficoltà di approvvigionamento, la crescita del prezzo delle materie prime e dell’inflazione, potrebbero fortemente peggiorare il quadro. 

Per quel che concerne la Cina, sono diversi i fenomeni sui quali il Fondo accende i riflettori e cioè: la politica del “covid-zero” e il suo impatto sulla catena distributiva globale, i forti problemi legati al settore immobiliare e, infine, il probabile calo della domanda estera legato al conflitto in Ucraina. Come si può osservare, e come è indicato dalla pubblicazione stessa, gli impatti diretti del conflitto ucraino sull’economia asiatica saranno limitati, in quanto i legami commerciali tra i due Paesi possono essere considerati marginali rispetto a quelli che la Cina ha a livello globale o che la Russia dispiega nei confronti dell’economia europea.

La situazione di forte rallentamento è confermata dai dati provenienti dall’indice PMI dell’attività manifatturiera. I dati, provenienti dall’Ufficio Nazionale di Statistica cinese e che trovate esposti approfonditamente in questo articolo della Reuters, mostrano come la contrazione nel mese di aprile al 47,4 per cento sia la peggiore da febbraio 2020, in calo da 49,5 per cento di marzo, e al di sotto del 48 per cento atteso dai mercati. Il rallentamento coinvolge tutti i settori e si mostra addirittura più marcato nel settore non manifatturiero dove crolla al 41,9 per cento contro il 48,8 per cento di marzo.  

Il principale problema economico interno è legato al mercato immobiliare. I dati continuano a mostrare un continuo rallentamento delle vendite e dei mutui erogati, rendendo evidente la realtà di quella che, a tutti gli effetti, sembra una bolla immobiliare. Un quadro chiaro dell’andamento è stato esemplificato in questo recente articolo di Bloomberg su dati della Banca Centrale cinese (PBOC).

Come è visibile, tutti i dati del settore sono in rallentamento: i prestiti sono cresciuti di appena il 6 per cento (dal 7,9 per cento di dicembre), il dato più basso dal 2009; i mutui sono cresciuti dell’8,9 per cento (dall’11,3 per cento di dicembre); infine, è enorme il crollo delle vendite di oltre il 60 per cento per i maggiori 100 costruttori cinesi. Il crollo proviene principalmente dalle città al momento sottoposte al regime di isolamento per il contenimento del covid, sebbene il fenomeno non sia limitato solo a quelle aree. Questo rallentamento avviene nonostante la diminuzione del tasso di interesse medio dei mutui sia sceso al 5,42 per cento.

Lo stato comatoso del settore immobiliare, oltre che dai numeri, è esemplificato dalle numerose “città fantasma” presenti in Cina e dall’andamento dei colossi immobiliari. Il principale di questi è Evergrande, ormai famoso e assurto alle cronache finanziarie globali per le sue difficoltà, che è stato dichiarato da Standard and Poor’s e Fitch nelle condizioni di “default selettivo” a metà dicembre per non essere riuscito a rimborsare un debito contratto alla scadenza. Ancora oggi si dibatte sulla sua crisi: infatti, è di questi giorni la notizia di una dilazione di rimborso, concordato con gli investitori, di sei mesi di un bond denominato in yuan in scadenza. 

Evergrande, inoltre, è solo la punta dell’iceberg: in condizioni di difficoltà sono altre società immobiliari come Kaisa (anch’essa posta in default selettivo a dicembre da parte di Fitch), Shimao Group Holdings (i cui bond sono stati degradati al livello CCC da parte di Fitch), Zhenro Properties Group (di recente finita in default per un mancato pagamento degli interessi su un bond denominato in dollari) e Fantasia Holdings Group (anch’essa finita in default nella parte finale dello scorso anno e che adesso prova a rilanciarsi).

Alla luce di queste condizioni il quadro diventa chiaro: la bolla è evidente, il suo mancato scoppio è dovuto alla politica monetaria posta in essere dalla Banca Centrale e che analizzeremo alla fine dell’articolo.

Il settore immobiliare non è il solo problema per l’economia. A pesare sulla crescita cinese e sulla crescita globale è la politica di covid-zero posta in essere dal Governo cinese. Questa politica ha posto in uno stato di rigida quarantena la città di Shanghai dal 28 marzo, con effetti economici devastanti. La città di Shanghai conta 26 milioni di abitanti e rappresenta uno dei principali assi commerciali globali: le merci prodotte in Cina destinate al mercato estero transitano per il porto e le materie prime necessarie per la produzione manifatturiera entrano dal porto.

Ma anche qui si tratta solo della punta dell’iceberg: alla fine di aprile, il covid-19 presentava un bollettino nero con oltre 40 città in regime di lockdown e oltre 340 milioni di cinesi, su una popolazione di 1,4 miliardi, chiusi in casa. Queste chiusure stanno incrinando profondamente le catene di produzione globali, impattando sia la produzione che l’approvvigionamento per la produzione, senza considerare i tempi di consegna delle merci. 

Nella fortunata ipotesi che la produzione non venisse intaccata, il problema si scaricherebbe sulla fornitura. Al riguardo, un articolo del Corriere della Sera mostra tutti i pericoli all’orizzonte, fondati sia dal blocco del porto di Shanghai, dove oltre 500 navi portacontainer sono bloccate, sia dalla chiusura territoriale russa che ha bloccato il trasporto di merci su rotaia verso l’Europa, il cui ammontare annuo superava il milione di container.

Il blocco incrociato degli spazi aerei fra Russia e Occidente, infine, ha reso quasi impossibile, la praticabile, sebbene economicamente costosa, fornitura per via aerea. In queste condizioni di blocco dell’offerta, i prezzi per il trasporto navale su container sono letteralmente esplosi: quadruplicando, per i casi più rosei, e decuplicando, per quelli peggiori.


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Il quadro cinese ha infine influenzato, ingolfandola, la distribuzione a livello mondiale, dove secondo la società di analisi della logistica marittima Windward’s Maritime, ben un quinto delle navi portacontainer è in attesa davanti a porti congestionati, di cui il 27,7 per cento è in attesa di fronte a porti cinesi. A queste condizioni economicamente devastanti si aggiunge la spada di Damocle di una diffusione, per ora solo allo stadio embrionale, dei contagi nell’area della capitale Pechino. Un eventuale lockdown della principale città cinese sarebbe la mazzata finale a una condizione economica già traballante.

Tornando, invece, sulla politica monetaria posta in essere dalla Banca Centrale, è necessario precisare quanto segue. Insieme al Governo cinese sono state messe in campo una serie di misure per contrastare tutti i rischi che abbiamo osservato. Una prima importante misura è stata presa dalla PBOC il 15 aprile e riguarda una riduzione dello 0,25 per cento delle riserve obbligatorie delle istituzioni finanziarie. Questa riduzione permetterà di iniettare liquidità nel sistema finanziario, sostenendo l’economia reale attraverso prestiti o investimenti.

Un secondo importantissimo intervento è stato esposto dalla PBOC, di concerto con l’Amministrazione Statale allo Scambio Estero, e si fonda su tre assi di intervento – sostegno finanziario ai settori in crisi a causa del covid-19, promozione dei flussi finanziari per l’implementazione delle politiche industriali e nell’economia reale in generale e un ulteriore sostegno alle esportazioni – suddivisi in 23 misure di sostegno all’economia.

Queste misure intervengono su tutti i nervi scoperti dell’economia cinese: l’implementazione dei progetti di infrastrutturazione posti in essere dai Governi locali; la necessità di un forte supporto con aperture di credito da parte delle istituzioni finanziarie al settore immobiliare; il sostegno alle imprese bloccate dai lockdown a causa della diffusione pandemica; l’indicazione alle istituzioni finanziarie di facilitare i flussi di credito al settore energetico, in particolare nel carbone, e della logistica, con riguardo al settore del trasporto su gomma e navale; infine, un forte aiuto per tutte le imprese esportatrici, specialmente per le piccole imprese, al fine di migliorarne la capacità di esportazione.

Ancora più interessante è il lavoro, richiesto dal Governo e portato avanti dalla PBOC, il cui esito è stato un documento, un progetto di legge, sul quale è aperto il confronto, sulla creazione di un meccanismo di stabilità finanziaria. Esso doterebbe la Cina di uno strumento necessario per bloccare le eventuali turbolenze finanziarie di un settore, evitando il contagio a tutta l’economia reale. Secondo molti analisti la ratio è evitare il contagio dell’eventuale esplosione della bolla immobiliare, con probabili fallimenti a catena, ad altri settori dell’economia reale e, in particolare, al settore finanziario molto esposto nei confronti delle società immobiliari.

Di particolare rilievo è, nel meccanismo allo studio, la presenza di una sorta di Quantitative Easing (QE), fondato su un fondo ad hoc finanziato dalle istituzioni finanziarie locali e supportato dalla potenza di fuoco della Banca Centrale. In sostanza, mentre nel resto del mondo le misure di QE sembrano essere al tramonto, in Cina vengono progettate per essere usate a breve, anche grazie al ridotto impatto dell’inflazione che, al momento, viaggia intorno all’1,5 per cento.

In conclusione, il gigante asiatico ha di fronte a sé parecchie sfide e molte storture da raddrizzare in una fase politica mondiale complicata. Molti dei problemi potrebbero ulteriormente acuirsi se, come indicato anche nel World Economic Outlook, si andasse incontro a una riduzione della catena delle forniture e a un rafforzamento dell’autonomia nei settori chiave della produzione da parte delle economie occidentali. Si assisterebbe a un tramonto della globalizzazione per come l’abbiamo conosciuta e la Cina, la fabbrica del mondo, non potrebbe che esserne intaccata, peggiorando le proprie difficoltà.


Francesco Paolo Marco Leti

Tesoriere di Eco Internazionale. Classe 1984, manager culturale, esperto in economia internazionale, storia dell’economia e storia del pensiero economico.