Cina e Afghanistan, una vittoria con il minimo sforzo?

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Sebbene per la Cina la crisi in Afghanistan comporti rischi, sia in patria che all’estero, in questo momento è proprio la Cina il paese più avvantaggiato.


In questi giorni, si discute spesso della situazione in Afghanistan, per le motivazioni più disparate. Tra le tante, a saltare all’occhio è la reazione della Cina a quella che, agli occhi della Repubblica Popolare, appare come la “fuga” degli Stati Uniti dal territorio. Un fallimento, secondo la voce del Presidente Xi Jinping, che indica come l’idea americana di intrusione nei territori sia illegittima e che si debba lasciare spazio all’autodeterminazione delle popolazioni locali.

Ma cosa c’è dietro queste parole da parte del governo cinese? In effetti, molti sono gli interessi che legano la Repubblica Popolare al nuovo governo afghano. Già a fine luglio, prima ancora del “blitzkrieg” talebano, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi aveva incontrato alcuni leader del gruppo per stabilire legami di cooperazione sotto vari aspetti. Già in quella occasione si era affermato il pensiero cinese del fallimento degli USA nel territorio afghano.

A dimostrazione del rafforzamento dei rapporti, inoltre, l’ambasciata cinese a Kabul è una delle poche che non ha chiuso i battenti durante l’avanzata taliban. La Cina, mantenendo una forma di neutralità, aveva infatti rapporti sia col precedente governo che con i talebani, interessata a creare alleanze di natura prettamente commerciale con chiunque fosse in carica a Kabul. 

Tra l’altro, si parla di un eventuale coinvolgimento dell’Afghanistan al progetto cinese della “Belt and Road Initiative”, in collaborazione col Pakistan, nel tentativo di avere accesso alle immense risorse presenti in Afghanistan. Per far questo, si userebbe anche il Wakhan Corridor, una striscia di terreno lunga 270 chilometri ma larga meno di 13, che termina nel breve confine tra l’Afghanistan e la Cina, il quale misura meno di 70 chilometri.

Nonostante la politica cinese nell’area sia soprattutto di natura economica, la Cina non può tuttavia ignorare il pericolo interno che l’ascesa dei taliban potrebbe portare. Lo stesso Wakhan Corridor confina infatti con lo Xinjiang, la zona nella Cina occidentale dove dagli anni ’90 le istanze separatiste dell’East Turkestan Islamic Movement (ETIM) – al tempo sovvenzionato da Osama bin Laden – sono sfociate in veri e propri attacchi armati, con la conseguente repressione da parte di Pechino della minoranza uigura che vive sul territorio.

La ragione per cui la politica cinese sembra al momento limitarsi all’aspetto prettamente commerciale sembra essere dunque la sicurezza interna. Tra le richieste del governo cinese ai taliban, infatti, c’è anche quella di tagliare i ponti con i musulmani dello Xinjiang. Nell’incontro di luglio, il Mullah Abdul Ghani Baradar aveva assicurato a nome dei talebani che non vi sarebbe stata interferenza negli affari interni della Cina, pur avendo a cuore “l’oppressione dei musulmani, in Palestina, in Myanmar e in Cina”.

Ciononostante, l’effetto galvanizzante della conquista talebana potrebbe ugualmente incoraggiare organizzazioni terroristiche sparse in tutto il Medio Oriente, soprattutto in Iraq, dove gli interessi della Cina sono in crescita. Lo stesso Xinjiang, dove dal 2017 la stretta securitaria ha ripristinato una parvenza di stabilità, potrebbe assistere a una recrudescenza degli attacchi provenienti da oltre confine, dal momento che l’impopolarità delle politiche etniche promosse dal governo centrale continua a creare risentimento tra le minoranze islamiche dei paesi del Medio Oriente. Basti pensare come nell’ultimo mese, nell’ormai alleato Pakistan, due attacchi suicidi – di cui uno attribuito ai talebani pakistani (TTP) – hanno preso di mira obiettivi soprattutto cinesi, provocando una dozzina di vittime.

Va ricordato inoltre un altro fattore: nonostante la politica interna cinese sia piuttosto compatta, l’opinione pubblica cinese non vede di buon grado la propaganda filotaliban fatta da alcuni giornali statali, e pensa che investire sulla politica estera sia uno spreco di risorse, che potrebbero invece essere usate all’interno della madrepatria. Al governo di Pechino, dunque, tocca il compito di tener conto anche di queste voci, pur cercando di mantenere una politica commerciale esterofila.

Tuttavia, nonostante tutti i fattori di rischio, la Cina è il paese che esce più forte dalla crisi in Afghanistan. 

La ritirata scomposta messa in atto dagli Stati Uniti lascia intendere che i rapporti di potere all’interno della NATO siano ancora compromessi, nonostante il cambio di leadership da Trump a Biden. Lo stesso Presidente degli Stati Uniti non ha tenuto conto del costo che il resto dell’Alleanza ha affrontato nella cooperazione, nè delle conseguenze del ritiro deciso unilateralmente dal suo predecessore e gestito (male) da lui. Proprio di questo malumore interno all’Europa potrebbe approfittare la Cina, per cercare di insidiare dall’interno la NATO e prendere una posizione più forte nei confronti dell’Europa.

Inoltre, il ritiro disorganizzato, paragonabile a un abbandono totale, lascia anche un messaggio negativo ad altri alleati degli USA. Basti pensare all’India e a Taiwan, alleati in chiave anticinese: Taiwan, in particolare, rischia di perdere fiducia nell’alleato americano, se corre il rischio di vedersi abbandonata alla stessa maniera dell’Afghanistan, e la Cina potrebbe approfittare di questa situazione per riaffermare il controllo della provincia autonoma. Una perdita di credibilità da parte degli Stati Uniti che potrebbe dunque avere gravi ripercussioni.

Foto di Copertina HKFP


Marco Cerniglia

Amo i viaggi, la storia, la tecnologia, la letteratura, e soprattutto la scrittura, la mia passione di sempre che pratico anche per diletto.

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