Un altro disastro ambientale nel Golfo del Messico?

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Le trivellazioni offshore continuano a mostrare i pericoli connessi alle pratiche di estrazione dei carburanti fossili dalle profondità del nostro pianeta. L’ultima dimostrazione: lo scioccante incendio sottomarino che ha divampato per ore nel Golfo del Messico.


Il mare ha preso fuoco nella notte dello scorso 2 luglio. Un immenso occhio di fuoco nel Golfo del Messico, a pochi metri da una petroliera della Pemex, ha regalato per più di cinque ore una scena degna dei peggiori film apocalittici di Hollywood. A causa della perforazione di un gasdotto della stessa compagnia petrolifera messicana, un incendio è divampato infiammando le acque a largo dello Yucatan. Sono state necessarie molte ore e diverse imbarcazioni per riuscire a domare le fiamme. La compagnia ha dichiarato che non ci sono stati feriti, ma la stima dei danni ambientali provocati dall’incidente non sono ancora calcolabili.

«Il filmato spaventoso del Golfo del Messico mostra al mondo che le trivellazioni offshore sono sporche e pericolose ha commentato Miyoko Sakashita, direttrice del programma oceanico del Center for Biological DiversityQuesti orribili incidenti continueranno a danneggiare il Golfo se non interrompiamo una volta per tutte le trivellazioni offshore».

Cosa sono le trivellazioni offshore?

Questo tipo di attività di perforazione in mare aperto sono iniziate alla fine degli anni ‘30 del secolo scorso, ma l’estrazione di idrocarburi nei mari più profondi ha avuto inizio negli anni ‘90. 

Durante l’estrazione il petrolio risale il condotto grazie alla pressione dell’acqua dello stesso gas presente nel giacimento in un primo momento. Quando questa pressione non è più abbastanza viene ulteriormente aumentata in maniera artificiale; successivamente vengono estratte altre percentuali  iniettando emulsioni, solventi o vapori che fanno staccare il petrolio dalle rocce.

In occasione del referendum del 2016 sulle trivelle che si è svolto in Italia, è stata pubblicato da Greenpeace un rapporto in cui emergeva la raccolta di dati Ispra che ha dimostrato la presenza di sostanza nocive per gli organismi marini. Il rapporto, già cinque anni fa, smascherava in maniera inequivocabile che le aziende che estraggono idrocarburi dai mari inquinano nel farlo, eppure nulla fa pensare a un’inversione di rotta in questo tipo di attività.

I disastri dal Golfo del Messico al mondo

Sono passati undici anni da uno dei disastri ambientali peggiori della storia: l’esplosione della Deepwater Horizon il 20 aprile del 2010, sempre nel Golfo del Messico nella quale sono morte 11 persone e sono stati riversati in mare 160 mila litri di petrolio al giorno per più di quattro mesi. E le conseguenze di quella catastrofe le pagheremo molto a lungo.

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Incendio sulla piattaforma Deepwater Horizon

Nell’ultimo trentennio si sono verificati una decina di incendi gravi in tutto il mondo, e almeno la metà ha provocato il riversamento del petrolio nel mare. Se non si agisce con tempestività sulla sicurezza di queste modalità di estrazione, il rischio è quello di compromettere una volta per tutte la biodiversità marina e, di conseguenza, la salute dell’umanità.

Lo sfruttamento esasperato che le compagnie petrolifere fanno dei pozzi, porta spesso a scarichi involontari di petrolio, ma non solo. Le acque vengono inquinate con fluidi contenenti arsenico, mercurio e metalli radioattivi.

Vedere il mare infuocarsi è sicuramente d’impatto, ma non possiamo aspettare lo shock per renderci conto dei danni. Questi ultimi spesso sono continui e invisibili ma non per questo meno pericolosi per il futuro del pianeta e di chi ci abita. È tempo di cambiare rotta e, soprattutto, smettere di girarci dall’altro lato quando l’oceano va in fiamme.


Federica Agrò

Ho due vite parallele e soddisfacenti: in una mi occupo di strategie di marketing e social media management, nell’altra scrivo di diritti umani, attualità, cultura ed ecologia.

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