Una vita per liberare schiavi: la storia di Harriet Tubman

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Attraverso la “Underground Railroad” Harriet Tubman riuscì a liberare circa 70 schiavi. La sua storia rimane una delle più iconiche e coraggiose nel lungo processo di abolizione della schiavitù.


La storia di Harriet Tubman (nata Araminta Ross) conosciuta come la “Mosè del suo popolo”, rimane ancora oggi una delle vicende più iconiche e ispiratrici nella lotta per i diritti civili degli afroamericani. Fuggita alla schiavitù e divenuta una delle “conduttrici” della Underground Railroad, durante la sua vita riuscì a salvare circa 70 schiavi portandoli verso nord, dove la schiavitù era illegale.

Nata in schiavitù nel Maryland in un periodo compreso tra il 1820 e il 1822 (la sua data di nascita rimane ancora oggi sconosciuta) Harriet iniziò a lavorare quando era ancora una bambina. 

All’età di dodici anni il suo spirito di giustizia venne fuori quando intervenne per impedire al suo padrone di picchiare un uomo che cercava di scappare. Questo incidente le causò una grave ferita alla testa che l’ha portata a soffrire di convulsioni per il resto della sua vita.

Intorno al 1844 sposò John Tubman, un uomo libero; a seguito di questa unione prese il cognome del marito e cambiò il suo nome in Harriet, in onore della madre.

Harriet e la Underground Railroad

Nel 1849 Harriet decise di fuggire verso nord insieme ai suoi due fratelli che stavano per essere venduti.

Riuscirono nell’impresa utilizzando la Underground Railroad, formata da una rete di persone, e strade (rimaste attive fino alla Guerra Civile) che offrivano aiuto e rifugio agli schiavi che fuggivano dal sud degli Stati Uniti verso territori dove la schiavitù era stata resa illegale. 

L’utilizzo del termine “Underground Railroad” non implicava né l’esistenza di una ferrovia, né una rete sotterranea; era chiamata in questo modo in quanto i “passeggeri” sparivano come se stessero viaggiando sotto terra, attraverso una complicata rete di percorsi le cui destinazioni, oltre agli Stati nel nord, erano anche Messico e alcune isole caraibiche.

Le persone – ossia i “conduttori”– guidavano i fuggitivi che venivano nascosti in stazioni o case al sicuro.

Le rotte verso nord erano molteplici: alcune si estendevano attraverso l’Ohio fino all’Indiana e all’Iowa, altre attraversavano la Pennsylvania, il New England o il Detroit fino al Canada.

Le missioni per liberare gli schiavi

Da quella fuga Harriet diventerà la più grande “conduttrice” nella storia della Underground Railroad. Tredici le sue incursioni, 70 gli schiavi che riuscì a condurre verso la libertà.

Il suo grande successo la portò ad avere una pesante taglia sulla testa, e i proprietari di schiavi offrirono una ricompensa di 40 mila dollari per la sua cattura o morte.

Dal 1850, la sua attività fu resa ancora più difficile a causa dei Fugitive Slave Acts, un paio di leggi federali (originarie del 1793 e inasprite in quell’anno) che permettevano la cattura e il ritorno degli schiavi fuggiaschi nel territorio degli Stati Uniti. 

Ciò la portò a viaggiare ancora più a lungo verso il Canada, viaggiando di notte, pur di riuscire nel suo intento di liberare gli uomini dalla schiavitù.

Nonostante tutto non fu mai catturata e non perse nessun “passeggero”, e grazie alle informazioni apprese durante i viaggi nella Underground Raiload, Harriet divenne una componente importante per i comandanti militari durante la Guerra Civile.

Fu quindi spia e scout dell’Unione, lavorando anche come infermiera, e in seguito divenne la prima donna a condurre un attacco armato durante la guerra civile americana.

Dopo la Guerra Civile

Dopo la guerra, Harriet comprò un terreno ad Auburn e vi si stabilì insieme alla famiglia. Successivamente ne acquistò un altro adiacente alla sua abitazione dove fondò la Harriet Tubman Home, che accoglieva anziani e persone indigenti.

Divenne anche una delle sostenitrici del suffragio femminile, collaborando con Susan B. Anthony e Elizabeth Cady Stanton. 

A causa delle percosse subite da giovane soffrì continuamente di mal di testa e convulsioni, e morì di polmonite nel 1913.

Il suo impegno e la sua dedizione alla lotta contro la schiavitù sono ancora oggi di ispirazione, e la sua vita è stata raccontata attraverso libri e film. Statue in suo ricordo sono presenti a Manhattan e nel campus della Salisbury University nel Maryland. Inoltre, è stata la prima donna afroamericana ad apparire su un francobollo americano.


Immagine in copertina con pubblico dominio PD-US

Stefania Sciacca

Redattrice per Orizzonti. “Nessuna paura che mi calpestino. Calpestata, l’erba diventa un sentiero.”

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