Siamo tuttə sulla stessa barca

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La scorsa settimana, si stima che 130 persone siano morte nel Mediterraneo dopo il naufragio di una barca. Corpi salvabili di vite evidentemente superflue.


Siamo tuttə sulla stessa barca. Siamo tuttə sulla stessa barca, ma tuttə in diverso modo. Delle volte affonda nell’indifferenza generale, altre arriva sino al porto. Delle volte sono yacht di miliardi di euro, delle altre tavole galleggianti colme di gente stoccata come merce. Siamo tuttə esseri umani, ma alcuni superflui, che non meritano neanche di essere nominati.

Sono vite spezzate, non vite.

La mattina del 21 aprile, Alarm Phone riceve l’allerta di una barca in pericolo al largo della Libia a nord est di Tripoli: circa 130 persone, comprese sette donne, una delle quali incinta, tra onde alte fino a sei metri.

Ha così diramato una richiesta di soccorso, avvertendo le “autorità competenti”: la capitaneria di porto di Roma, La Valletta, Frontex, la guardia costiera libica, navi mercantili; tutti avvertiti tutti inermi.

A causa delle pessime condizioni del mare, le autorità libiche, che nel frattempo avevano riportato indietro un’altra imbarcazione con circa 104 persone, dichiarano di non proseguire le ricerche.

Le corse disperate dell’Ocean Viking non sono servite: il relitto di un gommone capovolto, le tracce di un naufragio e diversi corpi, nessun segno di sopravvissuti.

«Abbiamo navigato in un mare di cadaveri» così dichiara Alessandro Porro, presidente di Sos Mediterranee. «Ma questa gente, 100, 120, 130 non lo sapremo mai, si poteva salvare se qualcuno fosse andato in loro soccorso quando hanno chiesto aiuto».

Perché se potevano essere salvati, nessuno è intervenuto? La ricostruzione dei fatti conferma come per lunghe ore ci sia stata la possibilità di tentare un’operazione di salvataggio. Un rimbalzo di responsabilità da Varsavia, con Frontex che sorvola e non interviene, alla Libia.

“Dal 2014, più di 20 mila uomini, donne e bambini sono morti o scomparsi nel Mediterraneo centrale, che conferma il suo triste primato di rotta migratoria più letale al mondo”. Otto Ong lanciano un appello al presidente del Consiglio Mario Draghi al fine di richiedere interventi di soccorso, “affinché salvare vite umane torni a essere una priorità”.

Alla notizia del naufragio segue, necessariamente, la preoccupazione, l’ansia e la paura per i familiari di ritrovarci qualcuno dei loro cari o forse di non ritrovare mai qualcuno. La mancanza di informazioni, che già include i vivi, è riprodotta anche per i morti: nessuna informazione dei cadaveri recuperati dalle autorità libiche. E così comincia la straziante agonia del non sapere se tra quei 130 cadaveri c’è anche il proprio figlio, la propria sorella, il proprio amato.

Sono eritrei, somali, sudanesi; sono corpi ma non vite. Contenitori pieni di storie che presto si dimenticheranno. “Erano solo migranti, concime del cimitero Mediterraneo”. Neanche il nome. Neanche un nome gli sarà concesso. 

Sono vite a perdere. Soggetti subalterni imprigionati nel circuito della marginalità e posti ai margini della storia: sfruttati economicamente, dominati politicamente e negati culturalmente. Resi invisibili, è stata loro negata anche una voce.

La disumanizzazione è una delle strategie più utilizzate per delegittimare l’altro, escluderlo dalla cerchia di coloro che sono considerati umani, eliminandoli dalla possibilità di considerarli come soggetti di diritto.

Il Mediterraneo è diventata l’incarnazione di quella discontinuità spaziale che colloca l’umanità in zone dell’essere e in zone del non essere; una differenziazione dei soggetti, fatta in base alla loro posizione nella gerarchia etnica e razziale, che ci permette di restare indifferenti a grida di aiuto.

Attraverso logiche di esclusione e disumanizzazione, questi soggetti non vengono riconosciuti come persone con bisogni e diritti, ma trattati come nemici, vengono costretti alle irregolarità e all’invisibilità.

In fondo, siamo tuttə sulla stessa barca. Alcuni continueranno la loro vita alla ricerca di ricchezza e successo, degli altri, nell’odissea dell’invisibilità, esistono, a galla o nei fondali, per terra o nei mari, lì dove i nostri occhi non vogliono arrivare.


Martina Costa

Responsabile di "Stay Human". Laureata magistrale in Cooperazione e Sviluppo, sostengo e lotto per un’informazione libera, la tutela dei diritti umani, la parità di genere e i processi di ristrutturazione sociale dal basso.

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