Il caso Gamestop e quello che ci insegna

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Si è sentito tanto parlare delle azioni di Gamestop, il cui valore è stato influenzato da un piccolo gruppo di risparmiatori che ha sfidato e vinto gli hedge funds.


La notizia dominante in questi giorni, ben più delle mirabolanti montagne russe del valore del bitcoin, racconta dello scontro fra quelli che vengono definiti “day traders” e gli “hedge funds”, con al centro il valore azionario della catena di videogiochi Gamestop. La storia di Gamestop è abbastanza nota: grossa catena di vendita commerciale al dettaglio di videogames che ha visto, negli anni duemila, una crescita esponenziale delle sue vendite e del suo valore. 

Ma dal 2016, qualcosa si è rotto. La concorrenza portata avanti dagli store online e la vendita dei videogames sulle stesse piattaforme di gioco hanno incrinato il successo della catena, che ha cominciato a vedere ridursi le sue vendite e i suoi profitti. 

Già nel 2016, una riduzione delle vendite di circa il 16% provocò un contestuale calo del valore azionario equivalente che, da allora, non si riprese. Uno dei maggiori cali per la compagnia avvenne nel 2019, con una caduta di oltre il 35% del valore in un giorno solo. Da lì, una campagna di ristrutturazione aziendale: l’introduzione sempre più massiccia di gadget e giochi da tavolo (per compensare le vendite sfumate nel settore videoludico), la chiusura dei negozi meno competitivi e gli ovvi licenziamenti. 

Nonostante tutto, l’azienda non si è risollevata e, al contrario, è entrata nel mirino dei cosiddetti “venditori allo scoperto”, “short sellers”, che ne hanno fatto uno dei loro obiettivi per guadagni rapidi.

Guardando al mero andamento della compagnia, è evidente come i conti della società non siano floridi. Quelli che chiameremmo i “fondamentali” non sono buoni, anzi. In sintesi, l’andamento economico della società non è buono e, quindi, l’andamento azionario non può che riflettere questo stato di cose. 

È vero anche, però, che l’andamento azionario è stato fortemente toccato dalle forti speculazioni dei grossi intermediari finanziari che, come già sottolineato, ne hanno fatto una preda privilegiata per facili guadagni.

In questo andamento già declinante e destinato a ulteriori ribassi, si è inserita una community di piccoli trader “amici della compagnia”, che ha impresso una svolta clamorosa all’andamento del titolo azionario della compagnia. Questi trader, organizzati su Reddit, hanno scommesso in modo folle, a guardare i fondamentali, sulla crescita del titolo e hanno organizzato una campagna di acquisto del titolo massiccia. Il risultato è che il titolo Gamestop ha iniziato a volare, con grosse perdite da parte degli hedge funds che avevano scommesso, al contrario, su un calo del titolo. 

Una piccola precisazione va fatta sul meccanismo di “short selling”, in italiano “vendita allo scoperto”. Questa transazione azionaria può essere semplificata in questo modo: un trader si presenta da un possessore dell’azione e gliela chiede in prestito; una volta ottenuta, la vende sul mercato ottenendo il valore dell’azione; la vendita dell’azione, contestualmente, ne comporta la diminuzione del valore; il trader riacquista l’azione a prezzo svalutato ottenendo un guadagno, e restituisce l’azione al proprietario iniziale. 

Dobbiamo immaginare che movimenti del genere non coinvolgano una singola azione, ma una massa di azioni di portata importante. Può accadere, inoltre, che la vendita iniziale, e il conseguente calo del valore azionario, comporti una fuga dal titolo con un’ulteriore perdita di valore. Questo fa comprendere la ragione per la quale le autorità finanziarie vietino questo comportamento durante fasi instabili dell’andamento della Borsa Valori. 

Lo short selling diventa a tutti gli effetti una scommessa psicologica nella quale si induce alla vendita per ricavare un profitto immediato e rapido. Il lato oscuro della scommessa ribassista è l’effetto che può condurre fino al fallimento dell’azienda, alla sua chiusura, con un impatto “reale” sull’economia.

Questa volta, però, gli shortatori sono stati sterilizzati dalla contestuale presenza di un gruppo di piccoli trader organizzati, autodefinitisi “sprovveduti”, ma che sono tutt’altro. Questo gruppo, attraverso una sapiente campagna su social network (in particolare su Reddit e Discord), in chat ad hoc denominate wallstreetbets, ha spinto tutta una serie di investitori al dettaglio a comprare i titoli Gamestop, facendone letteralmente esplodere il valore. 

E a quel punto sono partite le montagne russe: il valore del titolo è passato da circa 40 dollari di metà gennaio ai 460 dollari del 28 gennaio, crollando a 130 dollari circa nel momento in cui alcune piattaforme di trading hanno smesso di consentire acquisti retail, per ripartire e tornare intorno ai 325 dollari nel momento in cui si scrive.

A rendere ulteriormente interessante il fenomeno è la retorica utilizzata da questi gruppi, fatta di sfide agli investitori istituzionali, di una sorta di vendetta contro il grande capitale (al limite con una retorica redistributiva in linea col vecchio scontro “Wall Street vs main street”), di una epica sfida in cui “Davide ha sfidato e battuto Golia”. Lo strumento di investimento utilizzato è quello delle piattaforme di trading al dettaglio che, in alcuni casi, hanno bloccato le possibilità di interazione sul titolo alla base del crollo del valore del titolo della compagnia del 28 gennaio.

gamestop

Proprio il blocco delle piattaforme, in particolare della piattaforma Robinhood, ha fatto intervenire con critiche aspre alcuni politici americani, in particolare alcuni importanti membri del Partito Democratico, come Alexandra Ocasio-Cortez ed Elizabeth Warren, ma anche un repubblicano “duro” come Ted Cruz. Alla base di questi interventi, vi è la condizione di parziale controllo cui queste piattaforme sono sottoposte da parte degli stessi hedge funds, vuoi attraverso la copertura con collaterali, vuoi per controllo diretto di proprietà. 

I politici americani hanno sottolineato come l’intervento sulle piattaforme e la limitazione del trading sul titolo Gamestop, potessero essere considerati illegali, oltre che contrari alle regole del libero mercato. A sostenere ulteriormente la campagna è intervenuto anche Elon Musk, a suo tempo scottato da azioni di short selling, che pare avrebbe dispiegato anche una discreta potenza di fuoco sul titolo.

Quello che è evidente in questa storia è la fine del monopolio speculativo degli hedge funds e la totale immobilità delle autorità finanziarie, che nulla hanno fatto per arrestare l’altalena del titolo. Il fenomeno è anche tranquillamente replicabile su qualunque altra azienda, quindi probabilmente è venuto il momento di tornare a una reale etica sui mercati finanziari non fatta di mera speculazione. Sicuramente le riforme tanto sbandierate per il controllo delle azioni speculative, una delle cause principali della crisi finanziaria del 2006, sembrano essere del tutto inefficaci, soprattutto dopo essere state per lo più smantellate sotto la Presidenza Trump. 

Per Gamestop l’inattesa ricapitalizzazione potrà essere utilizzata per ristrutturare l’azienda e cercare di rilanciarla, allontanandola da un futuro tetro in stile Blockbuster, anche se il valore delle azioni raggiunto con questo sistema non rispecchia il valore reale delle situazione economica di Gamestop. Questo sottolinea, ancora una volta, come l’economia finanziaria, enormemente cresciuta con l’avvento della globalizzazione, e come ci ha dimostrato l’ultima crisi economica scaturita nel 2006, non rifletta l’economia reale, ponendo un problema di disconnessione tra la finanza, con le sue speculazioni, e la realtà economica che, ad oggi, è nettamente influenzata dalle speculazioni stesse.

Infine, sono necessari un paio di promemoria utili per il futuro. Innanzitutto, i mercati non agiscono in modo razionale: come il caso in questione dimostra, la salute dell’azienda Gamestop è ben lontana dall’interessare minimamente coloro che, in questi giorni, stanno agendo sul prezzo delle azioni: siamo nel mero campo della scommessa. La funzione disciplinatrice dei mercati, spesso osannata da alcuni economisti, non è altro che l’applicazione di una razionalità limitata, troppo spesso interessata. 

In secondo luogo, sembra ancora una volta trovare applicazione il concetto di “beauty contest” keynesiano: incredibile come il dodicesimo capitolo del più importante manuale macroeconomico novecentesco continui a restare attuale. Infine, dovremmo ritornare a imposizioni di maggiore controllo sugli spostamenti speculativi, per favorire quelli che lo stesso Keynes definisce “cassettisti”, coloro cioè che credono nell’azienda in cui hanno investito e di cui sono parzialmente proprietari, tanto da mantenere la proprietà delle azioni per un arco di tempo medio-lungo. 

Probabilmente, sarebbe necessario vietare in modo permanente le vendite allo scoperto e sarebbe corretto tassare coloro che detengono azioni per un arco di tempo relativamente breve, diciamo meno di un paio d’anni, a parziale ristoro dei danni che le azioni speculative creano sui mercati e sulla psicologia degli investitori. Sicuramente le autorità finanziarie e i regolatori pubblici dovrebbero agire limitando i “corsari” della finanza, se non vogliamo trovarci in una nuova recessione in futuro.


Francesco Paolo Marco Leti

Tesoriere di Eco Internazionale. Classe 1984, manager culturale, esperto in economia internazionale, storia dell’economia e storia del pensiero economico.

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