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I pescatori di Mazara del Vallo sono liberi, finalmente

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Dopo 108 giorni, gli equipaggi dei due pescherecci sequestrati in Libia sono rientrati. I pescatori di Mazara del Vallo sono liberi ma l’Italia si è inchinata ad Haftar.


I 18 pescatori di Mazara del Vallo sono liberi, finalmente. Sono tornati a bordo dei due pescherecci bloccati nel porto di Bengasi e hanno fatto rientro ieri in Italia, riabbracciando le loro famiglie a pochi giorni da Natale. «È la notizia più bella. Adesso è veramente festa», hanno commentato i parenti e gli amici, che in questi mesi si sono strenuamente battuti per la loro libertà.

«Avevamo detto che li avremmo riportati in Italia prima di Natale. E ce l’abbiamo fatta. Ringrazio il corpo diplomatico, l’Aise e tutti i servitori dello Stato che hanno contribuito all’operazione», ha detto, soddisfatto, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio su Facebook. «Buon rientro a casa», ha twittato, invece, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, pubblicando una foto dei pescatori liberati.

Il rilascio degli equipaggi di Antartide e Medinea è avvenuto nella giornata di giovedì 17 dicembre, dopo che Conte e Di Maio hanno incontrato a Bengasi il generale Khalifa Haftar, capo militare del governo di Tobruk, nell’Est della Libia, parallelo a quello di unità nazionale di Fayez al-Sarraj, riconosciuto nel 2016 dall’ONU.

Secondo quanto riportato da Repubblica, la liberazione dei pescatori mazaresi è stata possibile grazie all’operazione condotta dal direttore dell’Agenzia informazioni e sicurezza esterna (Aise), Gianni Caravelli, che da anni conosce bene Haftar. Sarebbe stato proprio il capo delle milizie libico a richiedere l’incontro con il governo italiano a Bengasi, bisognoso com’è di un nuovo riconoscimento politico.

Da quando, tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020, è fallita l’offensiva di Haftar volta alla conquista di Tripoli – sede del governo di unità nazionale di Fayez al-Sarraj con il quale il generale amico di Gheddafi si contende ancora oggi il potere – l’“uomo della Cirenaica” ha dovuto subire un progressivo isolamento politico da parte della comunità internazionale. Anche l’Italia, che sin dall’inizio della guerra civile libica nel 2014 ha comunque sostenuto il governo di Fayez al-Sarraj, ha allentato i rapporti con Haftar.

Il sequestro stesso dei pescatori di Mazara del Vallo è avvenuto all’indomani del viaggio istituzionale di Luigi Di Maio a Tripoli, che ha suggellato l’accordo per il cessate il fuoco tra al-Serraj e il Presidente della Camera dei Rappresentanti di Tobruk, Sahel, oltre ad altre intese commerciali. In quell’occasione, il ministro pentastellato aveva preferito non incontrare Haftar, il quale non avrebbe digerito la cosa al punto da sequestrare i due pescherecci, in una sorta “ripicca”

I pescatori – otto italiani, sei tunisini, due indonesiani e due senegalesi – erano stati fermati dalla guardia costiera di Haftar e condotti al porto di Bengasi, con l’accusa di aver pescato in acque territoriali libiche (in base a una Convenzione che prevede l’estensione della zona economica esclusiva da 12 a 74 miglia). Le milizie di Haftar avevano poi accusato l’equipaggio di detenzione di sostanze stupefacenti, inscenando anche un sequestro di droga su una delle due navi bloccate (un’accusa caduta immediatamente).

Nei mesi di trattative, il generale Haftar aveva anche provato a barattare il rilascio dei 18 pescatori di Mazara con la liberazione dei quattro giovani calciatori libici, detenuti in Italia con l’accusa di essere tra gli scafisti nella traversata dell’imbarcazione naufragata nella “strage di ferragosto” del 2015, in cui morirono 49 migranti.

E mentre nelle ultime ore, fonti saudite vicine al governo di Haftar riportano la notizia (tutta da confermare) dell’avvenuto “scambio” tra i pescatori e i calciatori, la sensazione è quella che l’Italia si sia inchinata al generale di Tobruk.

Il fermo dell’Antartide e della Medinea, infatti, non è stato certo il primo caso di blocco di navi italiane in acque libiche. Negli ultimi anni, si sono susseguiti diversi sequestri che però si sono risolti sempre in poche ore. I 108 giorni di detenzione dei pescatori di Mazara potrebbero davvero trovare una spiegazione nella perdita di influenza politica che l’Italia sta avendo sulla Libia (e in generale, sul Mediterraneo) che l’opposizione, peraltro, non ha mancato in questi giorni di sottolineare. 

«Sono contenta, ma non la considero una vittoria della diplomazia italiana e della politica italiana, perché 108 giorni per liberare 18 pescatori perfettamente innocenti che pescano in acque contestate sul piano del diritto internazionale, sono un’enormità», ha dichiarato sui social la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. «Oggi sono 108 giorni dal sequestro, con comodo…», ha attaccato su Twitter Matteo Salvini.

Dal canto suo, richiedendo la visita del governo italiano a Bengasi, Haftar sembra aver voluto lanciare un messaggio chiaro agli attori internazionali coinvolti nel conflitto libico, sintetizzabile in un significativo e mai banale “Io ci sono ancora”, con il quale l’Italia in particolare dovrà adesso fare i conti. 

Certo, non è nemmeno da escludere che per il premier Giuseppe Conte il viaggio in Libia sia stato solo un modo per dimostrare la proficua collaborazione tra lui e i servizi segreti, tale da  archiviare la polemica sulla necessità di una consegna ad altri della delega in materia, ma ciò non toglie che l’operazione per la liberazione dei due pescherecci non abbia brillato per tempestività e lungimiranza politica. Nonostante questo, una vittoria l’Italia l’ha ottenuta. Ed è quella più importante.

Dopo tre mesi di detenzione, quattro diverse prigioni e non poche umiliazioni, i 18 pescatori sono liberi: tanto basta per esultare. Nel rumore della sirena della motovedetta che, ieri mattina, ha annunciato l’ingresso dei due pescherecci al porto di Mazara del Vallo, c’era tutta l’emozione di quanti – parenti, amici e comuni cittadini; italiani, africani e indonesiani; cristiani, musulmani e non credenti – hanno atteso con fiducia e speranza il lieto fine. Nonostante le polemiche, questo è il momento della gioia.

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Martina Sardo

Racalmutese dal 1994. Dopo la laurea in legge, ho avviato la pratica forense in diritto dell’immigrazione, senza però rinunciare all’altra mia grande passione: il giornalismo.

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