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I pescatori di Mazara del Vallo ancora bloccati in Libia

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Dopo quasi due mesi, i 18 pescatori italiani sono ancora nelle mani di Haftar. Mentre si tenta di ricostruire le ragioni del fermo, emerge la difficoltà della Farnesina a dialogare con la Libia.


Troppi giorni sono trascorsi ormai da quando, lo scorso 1° settembre, gli equipaggi dei due pescherecci, Medinea e Antartide, partiti da Mazara del Vallo, sono stati fermati dalle autorità libiche. I 18 pescatori (otto italiani, sei tunisini, due indonesiani e due senegalesi), facenti parte di un gruppo di nove imbarcazioni impegnate in una battuta di pesca in acque internazionali, sono stati avvicinati dalle navi della guardia costiera libica e scortati fino al porto di Bengasi, capoluogo della Cirenaica, sotto il controllo del generale Khalifa Haftar.

L’accusa principale contestata alle due imbarcazioni è quella di aver pescato in un’area sulla quale, da anni, la Libia rivendica la propria competenza territoriale, con un diritto esclusivo allo sfruttamento economico delle risorse marine.


Quella dei diritti per la navigazione e lo sfruttamento delle acque marine è una delle questioni più annose e complesse tra gli Stati costieri del Mediterraneo. Sul mare territoriale – la striscia di mare adiacente la costa, che si estende per 12 miglia nautiche, cioè all’incirca 22 chilometri – lo Stato esercita una sovranità piena, equivalente a quella esercitata sulla terraferma. Secondo la Convenzione di Montego Bay sul diritto del mare, lo Stato costiero deve però consentire il passaggio delle navi straniere, laddove questo non arrechi pregiudizio alla pace, all’ordine e alla sicurezza statali (diritto di passaggio inoffensivo). Nella zona contigua, vale a dire l’area che si estende fra le 12 e le 24 miglia marine, lo Stato ha invece poteri di controllo sulle navi straniere al fine di evitare la commissione di reati all’interno del proprio territorio, nel mare territoriale come sulla terraferma.

Benché Medinea e Antartide si trovassero a una quarantina di miglia dalla costa e, dunque, in acque internazionali, le due imbarcazioni avrebbero, secondo le autorità libiche, sconfinato nella “zona economica esclusiva”, che si estenderebbe fino a 74 miglia dalla propria costa, ben oltre le 12 miglia riconosciute dagli Stati della comunità internazionale.

Già in altre occasioni, del resto, navi italiane sono state bloccate dalle autorità libiche con l’accusa di ingresso illegittimo in acque interne. Basti pensare al caso dei pescherecci siciliani che, nel 2010, sono stati trattenuti in Libia da Gheddafi (e in pochi giorni fatti rientrare dall’allora governo Berlusconi), ai due motopesca di Mazara del Vallo fermati nell’ottobre 2018 e immediatamente fatti ripartire o, più di recente, al “Tramontana”, il peschereccio, sempre di Mazara, condotto al porto di Misurata nel luglio 2019 e rilasciato il giorno seguente. 

In episodi simili al fermo della Medinea e dell’Antartide, il governo italiano era dunque riuscito ad “alzare la voce” e a risolvere la questione nell’arco di poche ore. Nella vicenda dei 18 pescatori di Mazara, la lacuna più eclatante da parte dell’Italia sta riguardando, infatti, i tempi di intervento. Sebbene il Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, abbia rilevato come i pescherecci italiani siano entrati in un’area «ad alto rischio», sotto il controllo di truppe militari, non ha mancato di assicurare il massimo impegno dell’Italia per una risoluzione positiva della vicenda. 

Non c’è dubbio che l’Italia abbia sin da subito cercato di riportare a casa i nostri connazionali. Col passare dei giorni, però, la Farnesina ha mostrato un chiaro segnale di debolezza, rivelandosi inidonea a esercitare una pressione sulla Libia tale da instaurare un dialogo serio con Haftar. È forse per questo che ancora oggi, dopo 58 giorni, poco di fatto si conosce sulle reali ragioni del fermo dei due pescherecci italiani e lo stato di salute dell’equipaggio. 

In questo mese e mezzo, la Farnesina si è certo premurata di fornire rassicurazioni ufficiali e garanzie sulle buone condizioni di salute dei marittimi. Ciò nonostante, dal giorno del fermo, non è mai stato possibile per le famiglie stabilire un duraturo ed effettivo canale di comunicazione con i pescatori. Neppure in vista del processo che, secondo fonti non confermate dal Ministero, avrebbe dovuto prendere avvio lo scorso 20 ottobre e che, invece, pare non aver avuto luogo.

Nell’unica telefonata che ha fatto alla madre, lo scorso 16 settembre, il capitano della Medinea, Piero Marrone, ha riferito della formalizzazione, da parte delle autorità libiche, dell’accusa di detenzione di sostanze stupefacenti (che ad oggi, però, non figurerebbe tra le imputazioni per cui i marittimi potrebbero essere processati). «È chiaro che vogliono alzare l’asticella. Ci vogliono incastrare», aveva detto, nel corso della stessa conversazione, Marco Marrone, armatore della Medinea e portavoce delle famiglie dei pescatori. A ragione, un tweet del Libyan Address Journal, lascia intendere che il generale Haftar avrebbe intenzione di “barattare” il rilascio dei 18 pescatori con la scarcerazione dei quattro calciatori libici, condannati a 30 anni di carcere e ancora detenuti in Italia con l’accusa di essere tra gli scafisti della cosiddetta “strage di Ferragosto” del 2015, in cui 49 migranti morirono asfissiati nella stiva di un’imbarcazione.

Altra ipotesi da considerare, rispetto al fermo dei due pescherecci, sarebbe poi quella per cui lo stesso andrebbe ricollegato a un accordo commerciale, poi sfumato, tra la Federpesca e una società libica legata ad Haftar, finalizzato a consentire ad alcune imbarcazioni italiane di pescare nella zona economica esclusiva della Libia, tramite il pagamento di una quota mensile. In più, non va tralasciato il fatto che il sequestro sia avvenuto all’indomani del viaggio istituzionale del Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che suggellando l’accordo per la promozione del cessate il fuoco tra il premier libico riconosciuto dall’Onu, Fayez al-Sarraj, e il Presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, Saleh, ha nei fatti “snobbato” Haftar

Si tratti o meno di una “provocazione” di Haftar, la vicenda dei due pescherecci italiani appare particolarmente complessa, con poche luci e tante ombre, specie se si considera la scarsa influenza che da qualche tempo Roma esercita sulla Libia e, in generale, sul Mediterraneo. Dopo quasi due mesi, niente di concreto è stato fatto. E mentre i familiari dei marittimi continuano a presidiare Montecitorio, nel tentativo di alimentare l’interesse del governo e scongiurare il rischio “dimenticatoio”, la domanda sullo sfondo rimane invero una: la Farnesina sta davvero facendo abbastanza, o i 18 pescatori stanno solo pagando caro il prezzo dell’incapacità dell’Italia di curare le relazioni diplomatiche e garantire la propria credibilità?


 
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Martina Sardo

Racalmutese dal 1994. Dopo la laurea in legge, ho avviato la pratica forense in diritto dell’immigrazione, senza però rinunciare all’altra mia grande passione: il giornalismo.

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