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La solitudine dei ragazzi dello zoo di Berlino

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“Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”, una storia, un film, che ritrae l’amara amicizia tra adolescenti e droga. Il ritratto della solitudine.


«Possiamo smettere quando vogliamo, vero?»: questa è la frase che la protagonista Christiane ripete più volte durante il film “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”. Una sorta di convinzione che cela, probabilmente, la speranza di farcela sul serio o, perlomeno, la speranza di non esser soggiogati ma soggiogare quel mostro che inevitabilmente e velocemente si è impossessato delle loro giovanissime vite: l’eroina.

Tratto dal libro, a sua volta basato su una storia vera – ma anche se non avesse fatto riferimento a specifiche persone,  traccerebbe egualmente quella  funesta realtà, tra l’altro odierna – “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” altro non è che un vero e proprio dramma anni ’80 che si fa spazio tra i quartieri di Gropiusstadt, nella Berlino Ovest, la centralissima discoteca ‘Sound’ e il ‘Bahnhof Zoo’, ovvero lo Zoo di Berlino da cui il titolo del film, che vede alla regia Uli Edel.

Proprio qui, in questi luoghi, si stagliano le vite dei protagonisti che hanno fatto da poco l’ingresso nel cosiddetto “mondo dell’adolescenza”. Il sostantivo mondo non è usato a caso: difatti, è di dominio pubblico il fatto che l’adolescenza presenti sfaccettature diverse, che venga affrontata in relazione alle peculiarità caratteriali o alle situazioni intimistiche. Alcuni, addirittura, attraversano questo “periodo critico” senza accorgersene. 

Ma no, non è il caso dei ragazzi dello Zoo di Berlino, immersi in un’adolescenza non esente da problematiche derivanti da situazioni familiari, solitudini, ricerche della propria identità “prese di petto” tra (all’inizio) LSD, bravate, notti che non prevedevano un rientro a casa.

Christiane, appena quattordicenne, è una di loro: figlia di genitori separati e separata dalla sorella, che decide di vivere con il padre, rimane in casa con la madre e il compagno che non riesce ad accettare nonostante il suo sforzo di avvicinarsi alla giovane. L’insofferenza per questa situazione che ritiene intollerabile, la spinge all’assidua frequentazione del Sound, discoteca in voga a Berlino Ovest.

Ed è lì che la giovane viene come colpita da un’onda d’urto potente, rapida: l’assunzione di LSD al fine di vivere al meglio l’esperienza notturna, la nascita di nuove amicizie e, elemento cardine, la conoscenza di Detlef di cui si innamora, ma da cui non sembra esser ricambiata. Entra in gioco, dunque, un processo di emulazione volto all’accettazione, il comportamento, tra l’altro, solito nell’adolescenza che ha come scopo l’integrazione nel branco: Christiane, venendo a conoscenza dell’uso di eroina fatto da Detlef, decide di compiere il “grande salto” grazie al quale sembra attirare l’attenzione del giovane.

Da qui, la metamorfosi: la giovane adolescente in salute, dal dolce e raffinato viso e dalla candida camicia bianca immortalata in un frame iniziale del film, lascia spazio a una pur sempre giovane adolescente sì, emaciata e logorata dall’eroina, dalla voglia di averne di più e, dunque, dalla frenesia di possedere denaro per iniettarsi “lo spadino” quotidiano, senza il quale sembra non poter più vivere.

Le scene si spostano al Bahnof Zoo dove, a favore di camera, si mostrano giovani, giovanissimi che si prostituiscono, pronti a soddisfare qualsiasi perversione in cambio di qualche soldo: Detlef, già “inserito” nel giro della prostituzione omosessuale, verrà seguito da Christiane, ormai la sua ragazza e complice nella “condivisione” del loro amore sotto pagamento, e la migliore amica Babette, detta Babsi, la quale sarà la più giovane vittima dell’eroina del mondo occidentale. Morirà a causa di una overdose all’età di 14 anni.

Sicuramente è proprio questa la parte più cruenta del film: per quanto aghi e siringhe possano destabilizzare non vi è cosa peggiore nel vedere delle giovani vite piegarsi, vendersi, distruggersi. La caduta nel tunnel, il diventare consapevolmente oggetto sessuale di adulti disturbati per un solo fine: farsi, conta solo questo per star bene. Credono loro.  Ma i loro corpi suggeriscono altro: una bellezza sfiorita, una magrezza spaventosa, resa ancor più evidente dai vestiti incollati addosso, aderenti come una seconda pelle, le occhiaie nere sotto gli occhi semichiusi come se non volessero vedere di cosa si circondano, fautori e al contempo spettatori passivi delle loro vite che sembrano pian piano scivolare via.

Tentano di afferrarla, credono di riuscirci, di “pulirsi”… tanto possono smettere quando vogliono! Ma la dipendenza è subdola e per quanto la testa possa convincere che se ne può fare a meno, il corpo grida “ne ho bisogno”. Christiane e Detlef ne sanno qualcosa: tentano di liberarsi del mostro, ci credono davvero nella loro riuscita ma il baratro è davvero a pochi metri di distanza da loro. Ed eccoli al punto di partenza, lì al Bahnof Zoo. È chiaro che il supporto primigenio dovrebbe essere il nucleo familiare, quasi scontato, ma durante la visione del film ci si chiede: dov’è la famiglia? Come si può essere ciechi dinanzi a evidenti sintomi di instabilità? È probabile che il regista abbia voluto tirare la corda e stigmatizzare all’inverosimile la solitudine dei protagonisti in balia di sé stessi e far entrare in maniera risolutiva i genitori solo alla fine del film, come un salvifico deus ex machina.

Natja Brunckhorst interpreta la protagonista, Christiane

“Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” mostra uno spaccato della realtà dell’epoca ma anche estremamente attuale, ponendo l’accento su un problema sociale difficile da contrastare. Delinea la difficoltà di molti adolescenti nell’affrontare i problemi,  l’insita infelicità o, più spesso, la noia, derivante da una situazione di benessere,  e il conseguente celarsi in qualcosa di effimero e pericoloso.  Effimero e pericoloso, due aggettivi che ben si sposano con il più diffuso ideale di adolescenza: il benessere illusorio derivante da atteggiamenti ribelli, che sfociano nel pericoloso.

È possibile definirlo un film atto alla sensibilizzazione del problema, date le scene crude e dirette che sembrano lasciar poco spazio all’idea di una risoluzione del problema stesso? Sicuramente, però, è un intenso viaggio nei sentimenti umani. Angoscioso, ma lo è.


 
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Alessia Bonura

Alessia Bonura

Classe 1989, da sempre amante e poi cultrice dell'arte, specialmente contemporanea, amo comunicarla con una buona dose di critica e tanta passione.

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