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Palermo vissuta da Sofia, ragazza clochard vittima del sistema

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Sofia è una ragazza romana, gli abusi subiti l’hanno portata a vivere tra le strade del centro di Palermo, in un sistema che non è mai riuscito a proteggerla.


Lavorando per mantenersi gli studi in una caffetteria del centro di Palermo si imparano alcune tra le più importanti regole di vita. Lo sa bene Francesca “Rea” Debole, i cui scatti accompagnano questo pezzo e insieme alla quale ho incrociato gli occhi vispi di una bellissima ragazza romana, che ha scelto di non rivelare la sua identità e che, quindi, chiameremo Sofia.

Sofia è una ragazza clochard che vive ormai da due anni tra i portici del centro di Palermo, proprio dietro le lucenti vetrine dei più noti brand multinazionali. Il suo cane Scianti e il piccolo cucciolo di gatto sono gli unici compagni di un lungo viaggio che da Roma l’ha portata prima a Napoli, poi a Messina e, infine, qui a Palermo.

L’abbiamo incontrata diverso tempo fa per caso, in una tra le mattinate più noiose e fredde all’apertura della caffetteria, ma solo dopo molti caffè e cornetti riusciamo a rompere il suo spessissimo “muro”, convincendola a raccontarci la sua storia.

In un lungo pomeriggio trascorso ad emozionarci insieme, ci racconta che è partita da Roma col suo ragazzo messinese per andare a lavorare con lui in un ristorante a Messina. In effetti ha sempre lavorato nella ristorazione sin da quando aveva 18 anni perché sì, è sempre stata una ragazza un po’ ribelle e, dopo aver perso il padre appena quattordicenne per tossicodipendenza e aver da sempre vissuto con la nonna, aveva deciso di cavarsela subito da sola.

Giunta a Messina però la relazione diviene sempre più instabile, il suo ragazzo inizia ad avere problemi di alcolismo e molti turni di lavoro si trasformano in casa in veri e propri incubi: «mi ha mandata all’ospedale due volte, mi ha spaccato il labbro e malmenato anche con le catene. Al primo litigio ho pensato che potesse essere solo un episodio, ma quando la cosa si è ripetuta ho preso e sono scappata, ma non potevo tornare a casa perché avevo troppi sensi di colpa verso mia madre. Così mi sono ritrovata senza casa, senza l’unica persona su cui contavo e ho deciso lo stesso di rimanere per strada. Non sono stata bene in tutto questo periodo, quella di vivere per strada per me non è stata una scelta di stile di vita come fanno molti, sono stata quasi sempre sola, ma mi sono rafforzata tantissimo».

In questi anni vissuti per le strade di Palermo, Sofia è stata il bersaglio di molti, vittima di ripetuti insulti e molestie per la sua condizione di clochard – ricordiamo il caso di Aldo, il clochard ucciso brutalmente sotto i portici di piazzale Ungheria – e prima ancora per il suo essere donna.

Ci racconta di tutte le volte in cui ha dovuto difendersi anche fisicamente nella notte, di quelle volte in cui si presentava ad altri ragazzi sorridendo, cercando di fare amicizia, per ritrovarsi pochi minuti dopo a doversi scrollare le mani di dosso per aver sorriso: «Sono diventata il bersaglio di tutte le persone che non capiscono e non avendo nessuno vicino ho sentito solo le mie paturnie mentali per tanto tempo. La gente è convinta che ti dà un euro o un panino e pensa che hai mangiato per tutto il giorno, ma non si chiede neanche perché stai per strada, ti guardano e ti giudicano dall’alto. Ho visto persone di tutte le età, sia ragazzi che persone adulte, passare e commentare dicendo solo “Che schifo! Guarda qui che schifo!”. Ho litigato con molti in questi anni, perché delle volte anche solo quando provavo a presentarmi sorridendo con gentilezza, solo per il fatto che ero una donna, ci provavano con me in un modo veramente da fare schifo. Molti dei ragazzi che vivono per strada non mi rispettano solo perché sono una donna. Diversi mi hanno proposto denaro o un alloggio in cambio di prestazioni sessuali. L’unico aiuto che ho trovato in questi anni è venuto dai ragazzi delle ronde notturne (gli angeli della notte ndr), mi hanno sempre dato cibo e vestiti. Delle volte sono stata sgarbata con loro perché ogni sera mi riempivano di domande e purtroppo quando stai per strada non hai privacy in realtà».

La storia di Sofia ha un lieto fine. Grazie all’aiuto di un’avvocata conosciuta per pura casualità è riuscita a mettersi in contatto con la sua famiglia. La stessa donna le ha permesso — tramite l’organizzazione di una generosa colletta — di lasciare Palermo, tornare a Roma e riabbracciare finalmente la mamma e la nonna.

«Non mi pento di quello che ho fatto. Ho imparato davvero tante cose in questi anni, credo di aver capito davvero molto sugli esseri umani. Cose che una persona che non vive la strada non potrà mai immaginare. Ho imparato che significa davvero aiutare e di sicuro ne farò buon uso per il futuro».

Sofia è solo una delle tante persone che hanno trovato casa tra i vicoli di una Palermo tanto magica quanto piena di contraddizioni. Le loro storie ci dimostrano che malgrado siano molte le associazioni attive sul campo e i singoli cittadini dediti all’accoglienza e al rispetto delle diversità, il lavoro da fare, soprattutto a livello educativo, è ancora molto. Gli insulti e le violenze verbali e fisiche che le donne e gli uomini clochard sono costretti a subire ogni giorno nonché i gravissimi episodi avvenuti proprio a Palermo, ci chiedono di impegnarci personalmente affinchè tutti possiamo ricordare quei principi di uguaglianza e solidarietà che fondano ogni società civile.

A te Sofia, non resta che augurarti buona strada, certi che saprai condividere con altri il piccolo pezzo di bellezza del mondo che custodisci dentro te.

«Alle ragazze che come me si trovano a vivere per strada voglio dire di non scendere mai a compromessi. Non lasciate che nessuno vi sottometta, ma continuate a lottare anche quando vi sentite più fragili!».

Foto di Francesca Debole


 
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