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Il grande bazar di organi umani: l’orrore delle diseguaglianze

 

Se oggi ci troviamo di fronte a una crisi, certamente non è quella migratoria. C’è altro che dovrebbe preoccuparci. Il sistema economico di stampo neoliberale ci ha talmente assorbiti che abbiamo trasformato la nostra stessa esistenza in un’impresa capitalista. Chi non riesce a stare al passo a queste turpi logiche concorrenziali, chi non sa produrre quanto dovrebbe non è altro che una vita superflua e sacrificabile, uno «scarto umano» direbbe Bauman. L’ultimo segno di questo sistema marcio è il traffico di organi.

Dopotutto, quando la domanda di organi è alta e l’offerta non è sufficiente a soddisfarla si creano canali alternativi. In un mondo imperniato sul capitalismo non ci sono limiti quando si tratta di business. Da un lato la disperazione di chi è in liste d’attesa troppo lunghe e la cui speranza di sopravvivenza è quasi nulla; dall’altro gli emarginati del capitale che non hanno più mezzi per vivere. La soluzione? Acquistare un organo illegalmente per i primi, metterne in vendita uno per i secondi. Va inoltre considerato che gli sviluppi avvenuti in seno all’immunologia e la messa a punto di nuovi e potenti farmaci anti-rigetto, come la ciclosporina, hanno permesso una maggiore irrilevanza della corrispondenza tra i tessuti dei donatori e i destinatari. Oggi quasi chiunque desideri vendere i propri organi – che sia adatto o meno al trapianto da un punto di vista medico – può farlo.

Tuttavia, la vendita degli organi è illegale ovunque nel mondo ad eccezione di Yemen e Iran. In quest’ultimo, il matching tra domanda e offerta viene regolato dal sistema sanitario nazionale sotto la supervisione di due organizzazioni non-profit gestite dallo Stato. Mentre il governo iraniano si occupa di coprire le spese sanitarie a carico del donatore, le due organizzazioni, la CASKP (Charity Association for the Support of Kidney Patiens) e la CFFSD (Charity Foundation for Special Diseases), gestiscono la trattativa tra ricevente e donatore – entrambi rigorosamente di nazionalità iraniana – al fine di assicurare uno scambio “equo”. Se è vero che questa pratica ha portato all’eliminazione delle liste d’attesa per i trapianti nel Paese, dall’altro è chiaro come un sistema di questo tipo non faccia altro che incrementare le diseguaglianze tra la popolazione. Uno studio del 2006 ha infatti mostrato che la maggior parte dei donatori, circa l’84 per cento, fa parte della classe più povera mentre i riceventi sono per lo più delle classi ricche.

Nel resto del mondo invece la prima piazza del traffico di organi passa dai social network. Facebook è divenuto il principale canale attraverso cui concludere l’affare. Mettersi in contatto con un acquirente – che svolge principalmente il ruolo di intermediario – è estremamente facile. La pagina Kidney urgently needed spacciandosi per l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), con sede in India, pubblicizza i suoi interventi includendo il listino prezzi.

Contattandoli si avviano le pratiche: viene offerta una cifra massima pari a 650,000$ per un rene in base al gruppo sanguigno. In realtà il donatore riceve una minima parte dell’importo (circa 2.000$), altre volte viene tratto in inganno e i trafficanti, con la complicità di chirurghi corrotti, non forniscono il compenso promesso.

La storia non finisce qui. Il traffico di organi coinvolge un fenomeno ancora più agghiacciante. Si tratta del traffico di esseri umani per rimozione di organi che si verifica principalmente in seno allo smuggling di migranti. Traffico di organi e tratta di esseri umani per rimozione di organi sono due fenomeni spesso confusi ma differenti. Mentre nel primo caso esiste una sorta di consenso, nel secondo caso si tratta di una rimozione forzata. I due fenomeni tra l’altro non sono necessariamente connessi: il traffico di organi non presuppone necessariamente la tratta di persone. La tratta di esseri umani per rimozione di organi riguarda principalmente migranti sub-Sahariani. È un fenomeno di cui si parla poco nei tumultuosi dibattiti sulle condizioni inumane di chi segue le rotte migratorie interne all’Africa. Il caso dell’Egitto è emblematico. Qui centinaia di migranti, compresi i bambini, vengono rapiti per il prelevamento degli organi. Spesso drogati per l’intervento e poi lasciati andare sotto minaccia di non parlare con nessuno. Nel peggiore dei casi, il rapimento presuppone il prelevamento di più organi possibili, si spiega così il ritrovamento di corpi straziati per le strade periferiche del Cairo.

In Libia, chi non ha i soldi per pagare il viaggio viene ucciso e i suoi organi vengono venduti ai trafficanti egiziani. È quanto emerso in seno all’operazione “Glauco 3” condotta dalla Polizia di Stato di Palermo e Agrigento in cui i retroscena legati al traffico di esseri umani sono emersi dalle dichiarazioni di Nuredin Wahabrebi Atta, un trafficante divenuto collaboratore di giustizia.

Dopotutto, con l’aggravarsi della crisi migratoria, oltre alla crisi umanitaria che affligge lo Yemen, il fenomeno si è diffuso e progressivamente intensificato specialmente in Egitto, il quinto Paese al mondo in cui il traffico illegale di organi è più diffuso, secondo l’OMS. Tra Egitto e Yemen esiste un’organizzazione ben collaudata che si autoalimenta portando molti yemeniti che hanno venduto volontariamente un organo a divenire procacciatori di altri donatori. Stipati in abitazioni improvvisate in cui attendono l’intervento chirurgico, i trafficanti confiscano i passaporti che saranno restituiti solo dopo l’espianto.

Il mercato nero di organi genera fino a 1,7 miliardi di dollari l’anno e ha provocato un aumento del 500 per cento del prezzo di un trapianto illegale. L’acquisto di un rene nel mercato nero si aggira sui 100 mila dollari. Mentre la scelta disperata di vendere potrebbe aprire lo spazio ad un dibattito etico, il prelevamento forzato è forse la più atroce violenza che un individuo possa subire. Tra le forme di tratta di esseri umani, quella relativa al prelevamento di organi ha però una particolarità: è probabilmente l’unica forma di tratta in cui si è disperati in due, chi è costretto a vendere schiacciato dalla povertà e dalle diseguaglianze di un sistema che spinge milioni di individui nei paesi più poveri a trovare autonomamente i mezzi di sostentamento, e chi compra a prezzi esorbitanti per non morire.


 
Germana Vinciguerra

Germana Vinciguerra

Attualmente svolgo attività di ricerca sulle migrazioni e la cooperazione euromediterranea presso l’Università di Palermo. Scrivo per la rubrica Stay Human.

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