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Morrison Hotel: siete riusciti a entrare?

È davvero difficile parlare in breve di un solo album, quando tutta la discografia della band è composta da mattoncini fondamentali che nell’insieme creano il magnifico mosaico dei Doors, dove la figura che spicca è sicuramente quella di Jim Morrison o Mr. Mojo Risin – anagramma del suo nome che diventa un po’ il suo nome sciamanico. E come non potrebbe, vista la sua curiosità per quel mondo invisibile che è al di là della percezione?

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Era il 1970 quando i Doors tornavano in studio per registrare Morrison Hotel. Un album con atmosfere rock e blues che, tra le altre cose, lanciava il brano che sarà di punta e verrà eseguito all’apertura di ogni concerto della band: Roadhouse Blues. Il disco segna un cambio di rotta per la band di Venice, che sposta le sue sonorità dalla psichedelia al blues rock e apre la strada al successivo capolavoro L.A. Woman.

L’album è stato tirato su in pochi mesi, con un grande lavoro di composizione ma a discapito dei testi, meno ricercati ad esempio di quelli di The Soft Parade. Gli ultimi live erano stati un po’ un disastro: Jim Morrison era arrivato a livelli molto alti di dipendenza da alcool e acidi e ne consumava sempre di più, forse per arrivare verso l’apertura di quelle “porte della percezione” che per tutta la sua esistenza ha provato a varcare. Tornare in studio era diventato quindi una priorità per la band, soprattutto per gli obblighi con la Elektra records, che esigeva una certa quantità di dischi all’anno. Quella sarebbe stata la migliore terapia per risollevare l’umore e la carriera della band.

Parlando del lato grafico, l’album. essendo inizialmente un vinile, è diviso in due lati: il lato A, intitolato Hard Rock Cafe, e il lato B che porta il nome dell’intero album, Morrison Hotel. Le foto dei due lati ritraggono dei luoghi di Los Angeles che sono diventati da allora posti storici. Il Morrison Hotel era un albergo fatiscente situato sulla South Hope Street, dove si poteva pernottare per pochi spiccioli. Era proprio uno di quei classici luoghi di passaggio durante un viaggio on the road. Lo notò per caso il tastierista Ray Manzarek: la location e il nome erano perfetti. La band si recò lì con il fotografo Henry Diltz ma gli era stato impedito da un dipendente dell’hotel di scattare foto all’interno. Loro attesero un momento e appena il ragazzo della reception si allontanò colsero subito l’occasione: si posizionarono e fu lì che uscì la storica foto della copertina del disco. Anche l’Hard Rock Cafe era reale. Di certo non si tratta della moderna e famosa catena di bar: era piuttosto un ritrovo frequentato per lo più da lavoratori stanchi e pensionati. I Doors e la troupe si fermarono li a bere qualcosa, nessuno all’interno sapeva chi fossero quei ragazzi capelloni ma avevano tutti voglia di raccontargli le loro vite. Jim rimase più degli altri per continuare a raccogliere quelle storie che si trasformavano in lui in nuove immagini per ciò che avrebbe raccontato nelle sue canzoni/poesie.

L’intero album si articola come un vero e proprio viaggio nella America più profonda, un percorso alla scoperta di personaggi, luoghi e sensazioni spesso ai margini. Mettiamo play (o il Lato A!) e cominciamo anche noi il viaggio. “Keep your eyes on the road, and your hand upon the wheel…” Roadhouse Blues è una di quelle canzoni che si ascoltano a tutto volume. E pensare che Jim Morrison improvvisò le parole al Toronto Rock’n’Roll Revival, mentre le parti d’armonica e la struttura vera e propria vennero messi a punto più tardi in studio.

Waiting for the sun è il pezzo più intriso di misticismo. Jim aspetta qualcosa, sogna il sole, la pace o la libertà. Parla di ciò che l’uomo si affanna a cercare e non riesce a trovare in questa vita così violenta e piena di odio. Questa canzone fu una delle più venerate dell’album; e pensare che in realtà Waiting For The Sun doveva essere la title track di un album precedente. «L’album era stato fatto, ma la canzone non era ancora pronta», disse il tastierista Ray Manzarek.

Si passa poi a You Make Me Real, dove musicalmente Ray Manzarek da prova della potenza sonora della band, sostituendo all’organo Vox Continental (firma stilistica delle sue composizioni) un pianoforte suonato con molta furia. Ed ecco che ci sorprendiamo a ballare a ritmo di Peace Frog, che è tutt’altro che un brano leggero con un testo qualunque. La canzone è una feroce e vivida visione della sua infanzia e del suo primo incontro con la morte: un viaggio in macchina da bambino dove Jim vive un incidente stradale. In seguito al ribaltamento di un camion guidato da alcuni Indiani Pueblo l’autostrada era coperta di feriti, moribondi e corpi insanguinati. Jim, come dice nella canzone, sentì che in quel momento era «entrato in contatto con le anime» dei presenti. Tra immagini cruenti del suo passato si unisce una denuncia sociale inerente alle tensioni delle rivendicazioni dei diritti civili che scuotevano il paese in quegli anni.

Dopo il sangue e le immagini oniriche del passato, passiamo alla dolcezza di Blue Sunday, poesia sicuramente dedicata alla sua compagna cosmica Pamela Courson. Tastiere che danzano su una melodia che si sposa con la voce dolce ed aspra di Jim. Ritorna il ritmo con Ship of Fools e con il suo testo allegorico. Una nave che è la terra, piena di esseri umani così intelligenti e progrediti da andare sulla luna, eppure così stupidi da ammazzarsi fra di loro e distruggere il mondo che gli ha dato la vita. Tema molto attuale.

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Fingiamo di ascoltare davvero il vinile, passiamo al lato B. Il lato comincia con Land Ho! Anche qui ricorre il fattore personale del frontman: la locuzione è tipicamente marinaresca e tutto riporta al mondo navale che Jim conosceva benissimo – suo padre, George Stephen Morrison, era un contrammiraglio, oltre che pilota d’aereo – della Marina Americana. Il testo ricorda una fiaba, dove un nonno ex baleniere prende sulle sue ginocchia il nipote raccontandogli la sua vita da pensionato che non fa per lui. In un breve estratto di un box della band pubblicato nel 1997, Manzarek racconta di come sia il bambino che il vecchio siano due personificazioni della persona di Jim Morrison. Bambino perché impulsivo, irruento, forse capriccioso, ma anche creativo, energico ed instancabile; ma è pure il vecchio marinaio, impossibilitato a vivere una vita comune poiché «ha bisogno di vivere avventure e pericoli in alto mare».

Spy In The House Of Love (Anaïs Nin, 1954) è il testo da cui viene preso spunto The Spy. Un blues progressivo ci narra di un amante silenzioso e astuto nella casa dell’amore. Le sue parole sembrano d’amore, anche se minacciose, ed esortano a lasciarsi andare alla cosa più profonda e pericolosa: l’amore, per l’appunto. Queen of the Highway è palesemente dedicata a Pamela, sua musa ispiratrice. La canzone racconta la loro storia in modo decisamente allegorico: lei era una principessa, lui un mostro vestito di pelle scura da cui nessuno poteva salvarla. Jim immagina un futuro da famiglia, sperando che la loro storia possa durare ancora un po’. Un’emozione aspra e dolce poi espressa in tutta la sua tenerezza in Indian Summer, in cui il termine “indian” si ripete creando un gioco di parole con il titolo e che si riferisce a quel periodo autunnale caratterizzato dallo stesso caldo dell’estate. Inizialmente il brano non faceva parte del blocco di canzoni del Morrison Hotel (come Waiting for the sun), e si capisce dalla struttura musicale del brano, così tranquilla e dolce. Il testo risale al 1966, e venne inserita nell’album come riempimento. L’album si conclude con Maggie M’Gill, nata molto casualmente durante un concerto alla University of Michigan di Ann Arbor; dopo un’esibizione rovinosa con un Morrison totalmente ubriaco, Ray Manzarek rimase sul palco e afferrando la chitarra del compagno improvvisò una semplice frase blues sulla quale Jim improvvisò le parole «Miss Maggie M’Gill she lives on a hill». Il concerto finì comunque a fischi ma in studio la canzone venne rielaborata, raccontando di una ragazza che aveva il blues nelle vene e che va via da casa verso Tangie Town, un luogo in cui darsi alla pazza gioia.

Un bel viaggio. E come alla fine di ogni viaggio, si traggono le somme. Anche se Morrison Hotel venne spesso bistrattato posizionandolo ai margini della discografia della band, come se fosse un fiacco tentativo di riprendersi dai fallimenti precedenti, queste 11 tracce sono incise a fuoco nella storia, con il loro blues sporco di strada, il misticismo e il rock’n’roll, il tutto armonicamente ricamato dalla poesia che solo una mente immensa come quella di Jim poteva consegnarci. Grazie Jim, ovunque tu sia. «This is the strangest life I’ve ever known» (Jim Morrison, Waiting for the Sun).


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