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Quel Caravaggio che manca a Palermo da oltre 50 anni

Il caso del furto della Natività di Caravaggio resta un clamoroso intreccio di criminalità, incuria e negligenza. Sono passati diversi decenni, corredati da racconti e rivelazioni di pentiti di Cosa Nostra ma dell’opera non si vede neanche l’ombra. Era il 1969, la scomparsa della tela è accompagnata da diverse teorie; una su tutte ipotizza persino la distruzione dell’opera in Irpinia proprio nei giorni del terremoto del 1980. Come è arrivata lì? Come è riuscita a uscire dal luogo dov’era conservata? Sono tante le riflessioni e le vicende incredibili che si incontrano lungo questa storia.

Caravaggio Nativity(1600)
Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi, Caravaggio (1600)

Di vero c’è l’incredibile facilità con cui Palermo perse per sempre – speriamo di no! – il quadro di Michelangelo Merisi, in arte Caravaggio. In quella notte di ottobre (il 17 per la precisione) l’assenza di strumenti di vigilanza dentro e fuori l’Oratorio di San Lorenzo permise un’agevole operazione criminale. L’indifferenza per la presenza della preziosa opera d’arte da parte dei cittadini e delle istituzioni fece il resto. Di certo si può dare ai ladri un merito piuttosto curioso: il furto ha reso famosa l’opera. Come succede anche per altri artisti e altre opere oggi osannate da turisti e critica, la sparizione di un’opera ne aumenta il valore e la consacra al grande pubblico. La Natività è “divenuta” di fatto, suo malgrado, l’ennesimo tesoro (perduto) siciliano.

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Negli anni Sessanta l’Isola, ma anche il resto dell’Italia, subisce attacchi sistematici al proprio patrimonio artistico. Proprio l’esposizione di questo, in assenza di misure di protezione e conservazione sufficienti, ha fatto sì che il patrimonio fosse un gigantesco “supermarket”. Fra i capolavori rubati in quel periodo abbiamo, nelle Marche, un quadro di Raffaello e due di Piero della Francesca. Ma mentre gli esempi marchigiani culminano in epiloghi positivi, in Sicilia il mercato dell’arte è apertissimo. Fra gli anni Sessanta e Settanta nel centro storico chiese ed edifici storici vennero depredati e privati di oggetti artistici ed arredi pregiati. Una mattanza in cui a morire è anche una grossa fetta della memoria artistica cittadina.

Il capolavoro di Michelangelo Merisi da Caravaggio avrà senza dubbio attraversato mercati clandestini, o lussuose ville del potentato mafioso. Alcune rivelazioni affibbiano ad alcuni esponenti eccellenti la vendita del capolavoro portato via dall’Oratorio di San Lorenzo. Il quadro sarebbe successivamente arrivato sul mercato antiquario clandestino della Svizzera. Dubbio ancora più doloroso è se l’opera sia stata sezionata in pezzi o se sia ancora integra. E questo è quanto si è riuscito a raccogliere del mistero della Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi – questo è il nome completo dell’opera – dal valore stimato di 30 milioni di euro.

Riproduzione della Natività al posto dell’originale trafugato.

«Facile come bere un bicchier d’acqua». I ladri penetrarono attraverso una porticina laterale dell’Oratorio, aprendola con un’arma di piccole dimensioni. Lo scasso fu semplicissimo, il furto rapido ma dolorosissimo. Le custodi dell’Oratorio erano all’epoca le sorelle Gelfo. Dormivano entrambe ad un piano superiore, più per necessità che per devozione o attenzione nei confronti degli stucchi del Serpotta – anche questi, ricchezze dell’Oratorio – o dell’opera di Caravaggio. Le sorelle non erano comunque le addette alla protezione dell’opera e dei beni presenti nella struttura. Non fu trovato alcun documento che assegnasse loro un compito di sorveglianza. Si trattò insomma di un semplice “passaggio di consegne” dal vecchio padre deceduto molti anni prima in favore delle due figlie.

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Un episodio curioso – più per l’ironia che per l’effettivo merito – è degno di nota. Meno di tre mesi prima del trafugamento, il quadro ignoto a buona parte dei palermitani venne mostrato dalla televisione all’Italia intera. Le immagini della tela – le uniche, oggi conservate nelle teche RAI, che ne documentino l’esistenza – vennero mandate in onda l’1 agosto del 1969, in una trasmissione dal titolo “Capolavori nascosti”. Il documentario era dedicato agli stucchi di Giacomo Serpotta. Non è chiaro se le telecamere di RAIUNO furono un elemento fondamentale per attirare i ladri al furto. Sta di fatto che avendola indicata come un’opera di grandissimo pregio artistico, non è difficile immaginare l’acquolina in bocca dei criminali.

I fatti dicono però che Don Benedetto Rocco – direttore dell’Oratorio di San Lorenzo – lamentasse da tempo l’assenza di efficaci sistemi di vigilanza. Inoltre, altra grande carenza: all’epoca mancava una catalogazione completa delle ricchezze presenti nel vasto “tesoro a cielo aperto” rappresentato dalla città di Palermo. Pare non ci siano state sollecitazioni sia alla Soprintendenza per i Beni Culturali che alla Curia in materia di Sicurezza e tutela del patrimonio culturale. Il giallo del furto della Natività resta allora una storia di disinteresse e di abbandono. La vicenda resta soprattutto una testimonianza di inciviltà – negli anni andata “rattoppandosi” – italiana: un Paese che talvolta ignora il degrado dei propri tesori, ignora il proprio splendore, presente e futuro.


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