Il razzismo è il figlio dell’indifferenza

«Juden Hier», «Crepa sporca ebrea», e infine «Sieg heil» seguito da una svastica: queste sono le tre terribili frasi comparse in Piemonte nel giro di una settimana e che hanno suscitato molta indignazione. Ciò che dovrebbe indignarci e preoccuparci, però, non è che questi casi si siano verificati a ridosso della Giornata della Memoria, ma che siano accaduti e continuano ad accadere oggi, nel 2020.

Questi tre terribili fatti provano che l’antisemitismo, e più in generale il razzismo, esiste ancora e non si è mai estinto, era soltanto un pensiero assopito. Possiamo chiederci cosa sia cambiato, cosa abbia risvegliato tanto odio ingiustificato verso chi viene etichettato come “diverso” e riflettere su come cambiare rotta, di nuovo. La risposta a questa domanda è molto semplice: abbiamo abbassato la guardia. Abbiamo sottovalutato il potere delle parole e in generale del linguaggio, verbale e non, connotato da odio e violenza, a cui ormai sembriamo tanto abituati. Ma ciò che rende concreto e legittimo questo odio è la forza comunicativa di chi si fa portatore di questi messaggi.

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La senatrice Liliana Segre, sopravvissuta ai campi di concentramento, ha sottolineato nel suo discorso al Parlamento europeo (29 gennaio 2020) che l’antisemitismo e il razzismo sono insiti nell’animo dei poveri di cultura: dunque il razzismo c’è sempre stato ma “non c’era il momento politico” adatto perché si manifestasse nuovamente. Il momento politico adatto, ci spiega la Segre, si palesa nel momento in cui ci si volta dall’altra parte, si inizia a utilizzare frasi come “non m’interessa” e “non mi riguarda”: questa indifferenza lascia spazio a chi ne approfitta e trova terreno per farsi avanti.

Non si tratta dunque di “emergenza razzismo“, sebbene negli ultimi tre anni abbiamo assistito a un incremento di episodi di razzismo sempre più violenti rispetto agli anni passati; la reale emergenza è da ricercarsi nella legittimazione istituzionale della retorica politica che sconfina nell’istigazione al razzismo con la conseguente violenza verbale e fisica, nel web e nella vita reale.

La retorica della paura, utilizzata da chi accoglie le istanze dei poveri di spirito di cui parlava la Segre, si fonda sull’uso di parole come “identità nazionale” e la distinzione tra “noi” e “loro”, dove non sempre viene specificato chi fa parte della seconda categoria, lasciando ai suoi seguaci la possibilità di identificarsi con il “noi” e sentirsi legittimati ad agire contro la propria definizione di “loro”. Questo meccanismo crea una deresponsabilizzazione del discorso pubblico, utile a esponenti politici e personaggi influenti, che non si reputano responsabili di come è stata interpretata la loro opinione.

Descrivere ed analizzare concretamente il razzismo in Italia risulta difficile poiché, innanzitutto, non esiste una banca dati ufficiale che si occupi di raccogliere le segnalazioni di episodi di discriminazione. Tra i dati raccolti dalle agenzie governative italiane si può tener conto di quelli dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazione (UNAR), istituito per monitorare i casi di discriminazione che comportano l’avvio di un procedimento giudiziario; dal 2015 ha ampliato le sue attività di monitoraggio con l’Osservatorio Media e Web per porre una specifica attenzione alle discriminazioni presenti nei media. Attraverso un software e alcune parole chiave, l’UNAR monitora quotidianamente i principali social network, blog, fatti di cronaca e forum che fomentano intolleranza verso il “diverso”: unendo i dati raccolti dal web e da canali non virtuali (numeri verdi, lettere, mail, denunce, enti e associazioni che si occupano di casi di discriminazioni, ecc.), nel 2018 sono state registrate 4.068 segnalazioni di discriminazione di cui 1.265 provengono dal web. Inoltre, l’UNAR conferma che il 70,4% dei casi analizzati sono classificati come discriminazioni causate da motivi etnico-razziali, registrando un incremento del 12% dei casi totali di discriminazione rispetto al 2017.

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Questi dati dimostrano che ci troviamo davanti, nuovamente, alla convinzione fascista che esiste una razza che dovrebbe predominare sulle altre, prendendo in considerazione fattori somatici ereditari, che forgiano l’identità, insieme ai fattori acquisiti, come nazionalità e religione, proprio come affermava il Manifesto della razza del 1938.

Tuttavia, puntare il dito soltanto su chi utilizza tale retorica o di chi condivide un ideale razzista è troppo semplice e soprattutto pulisce le coscienze di chi finora si è mostrato indifferente. Bisogna essere obiettivi e con umiltà prendere seriamente in considerazione che lo sdoganamento di parole e azioni volte a discriminare è colpa anche di chi sottovaluta e minimizza questi eventi, ma soprattutto di chi nega che ciò stia accadendo proprio ora.

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