Trump, eterna incognita: il via all’impeachment non scalfisce i suoi consensi

Di Adriana Brusca – Donald Trump ha già fatto discutere a lungo, negli scorsi anni, per il suo comportamento decisamente fuori dagli schemi; ed infatti non è la prima volta che, nel corso della sua presidenza, si parla di “atti contrari alla Costituzione americana”, più o meno asseritamente imputabili alla sua condotta. Non di rado gli antagonisti politici, parte dei media e una porzione non indifferente di popolazione americana hanno invocato l’impeachment: Trump ha reso questo termine noto al punto tale da integrarlo, quasi, nel lessico comune della stampa internazionale.

Si tratta, nello specifico, di una procedura attraverso cui è possibile mettere in stato di accusa alcuni soggetti che ricoprono cariche pubbliche – e che, tendenzialmente, sono coperti da una forma di immunità/non imputabilità, a garanzia della piena libertà nell’esercizio della funzione pubblica – nell’ipotesi in cui vi sia un fondato dubbio che questi abbiano commesso gravi e specifici reati, nell’espletamento delle proprie funzioni.

Come si è fatto cenno in precedenza, nella Camera dei Rappresentanti si sono susseguite due votazioni, in relazione ai due capi di imputazione ascritti a Trump: in riferimento all’accusa di abuso di potere, la votazione si è conclusa con 230 favorevoli e 197 contrari; con riguardo all’accusa di intralcio al Congresso, invece, i sì hanno vinto con 229 voti e 198 contrari.

Nello specifico, Trump è accusato di abuso di potere poiché avrebbe esercitato, nei confronti dell’attuale Presidente ucraino Volodymyr Zelensky, delle chiare pressioni al fine di convincere la magistratura locale ad avviare un’inchiesta per corruzione, nei confronti del figlio di Joe Biden, già Vice-Presidente di Obama, candidato alle primarie democratiche (e, forse, il suo più temibile rivale politico alle prossime elezioni), minacciando Kiev di revocare gli aiuti americani già promessi – si discute di 400 milioni di dollari – in caso di un suo dissenso.

Joe Biden, ex vice-presidente di Obama e candidato dei democratici

L’atto che sembra abbia posto in essere Trump impone alcune riflessioni: innanzitutto pare sia la prima volta in cui un Presidente USA abbia trasformato uno strumento di politica estera, come una relazione con un Paese terzo, in uno strumento di politica interna, al fine di ottenere un ipotetico vantaggio derivante dal danneggiamento della credibilità del suo più sentito rivale politico alle prossime presidenziali; in altri termini si tratterebbe di ottenere un personale vantaggio politico mediante l’intervento di un Paese terzo, partner degli USA.

Secondo elemento che ci impone di soffermarci sulla vicenda attiene proprio all’interlocutore di Trump: l’Ucraina, difatti, è un Paese economicamente e militarmente debole, che risente tutt’oggi dell’ultima aggressione russa avvenuta nel 2014, e che dipende fortemente dagli aiuti provenienti dagli altri Paesi, tra i quali gli Stati Uniti, indubbiamente, costituiscono un attore insostituibile.

Per giungere a questa imputazione, le Commissioni Intelligence e Affari giudiziari della Camera dei Rappresentanti hanno assistito a tre mesi di audizioni e, sebbene le testimonianze siano state talvolta frammentarie, è stato possibile affermare che, tali atti, unitamente all’ostruzione all’inchiesta del Congresso, oggetto del secondo capo di imputazione – che Trump avrebbe posto in essere impedendo ad alcuni dei suoi collaboratori di rendere testimonianza alle audizioni della Camera – comporterebbero un vero e proprio abuso; uno sviamento di potere per mero interesse personale, in prospettiva delle prossime elezioni che si terranno a novembre 2020, le cui primarie inizieranno tra meno di due mesi.

D’altra parte l’impeachment è un procedimento che ha un carattere esclusivamente politico: la Costituzione americana configura tre ipotesi nelle quali è possibile avviare detta procedura: tradimento, corruzione e “altri gravi crimini e misfatti”; si tratta di un’elencazione non tassativa, che allarga notevolmente il novero delle condotte enucleabili (soprattutto) all’interno dell’ultima fattispecie. Non vi è, dunque, nel sistema americano, una definizione chiara degli illeciti cui è subordinato l’avvio della procedura di impeachment, esattamente come non vi è la certezza che i singoli reati, così come elencati nella Costituzione, si configurino alla presenza degli stessi elementi costitutivi di cui si compongono, tradizionalmente, le singole ipotesi di illecito penale; un esempio tipico è rappresentato dal reato di corruzione, che mal si sposa con le condotte che si adottano sul piano delle relazioni internazionali – come quelle poste in essere nel caso di specie – cui invece è ricondotto un elevatissimo grado di discrezionalità nell’azione della presidenza.

A riguardo, una parte della dottrina ha sostenuto che non sia indispensabile, per avviare un processo di impeachment, che il comportamento oggetto di contestazione corrisponda effettivamente ad una fattispecie prevista dal codice penale; ciò in ragione del fatto che la Costituzione, nel disciplinare l’istituto, fa ricorso ad una clausola sostanzialmente aperta, che però rischia di trasformarsi in strumento di mero arbitrio politico o, come è stato definito, “un voto di sfiducia che, tuttavia, la Costituzione americana non prevede”, discostandosi dalla sua originaria funzione, ossia poter disporre di uno strumento da utilizzare quale extrema ratio, per esercitare un controllo sull’esecutivo, qualora vi fossero pericoli concreti al funzionamento della democrazia e alle grazie dello Stato di Diritto.

Per Trump la procedura era stata avviata il 24 settembre scorso, dalla speaker della Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi e ha visto la sua prima fase concludersi, proprio in seno a quest’organo, con l’approvazione dei capi di imputazione di cui si è discusso in precedenza, per i quali è richiesto un voto a maggioranza semplice. La seconda votazione, invece, si svolgerà al Senato, nell’ambito del quale il Presidente della Suprema Corte, John Roberts, è chiamato a presiedere l’organo legislativo; il Senato assumerà, a maggioranza qualificata, la decisione circa l’effettiva destituzione del Presidente e, in linea teorica, ha un potere discrezionale tale da poter decidere di assolvere il Presidente dalle accuse ascrittegli, senza nemmeno entrare nel merito dei fatti.

Lo Speaker della Camera Nancy Pelosi

Ad oggi, però, il Senato ha reso noto che la procedura avrà inizio dopo il 6 gennaio e non è possibile in alcun modo determinare un termine entro cui questa possa chiudersi. L’effettiva destituzione di Trump dal suo incarico, ad ogni modo, sembra comunque remota, giacché i repubblicani detengono 53 seggi al Senato, ossia una maggioranza ben consolidata; risulta dunque altamente improbabile che si giunga ad un verdetto negativo nei confronti dell’attuale Presidente. Il sistema della maggioranza qualificata costituisce una barriera inamovibile: basti pensare che, dal 1789 ad oggi, la procedura di impeachment non è mai giunta ad una conclusione positiva e nei due casi precedenti – nel 1868 con Johnson e nel 1998 con Clinton – il Senato era comunque controllato dal partito antagonista a quello del Presidente in carica.

Con la delibera della Camera dei Rappresentanti, come già accennato, Trump è ufficialmente il terzo Presidente, nella storia degli Stati Uniti d’America, ad essere posto in stato di accusa. Johnson fu sottoposto ad impeachment per alcuni presunti abusi di potere e non fu destituito per un solo voto, la sua procedura durò circa tre mesi, dal 2 marzo al 26 maggio 1869; Clinton fu imputato per aver mentito sulla sua relazione con l’allora stagista presso la Casa Bianca Monica Lewinsky e venne accusato di spergiuro e ostruzione alla giustizia: detta procedura ebbe inizio il 19 dicembre 1998 e si chiuse il 12 febbraio del ’99, con l’assoluzione del Presidente che, secondo alcuni, raggiunse il massimo della sua popolarità, durante i suoi due mandati, proprio nei mesi in cui fu sottoposto ad impeachment. Quanto a Richard Nixon, invece, non è possibile parlare concretamente di impeachment, considerato che nel 1973, prima che venisse ufficialmente avviata la procedura per lo scandalo Watergate, si dimise dalla Casa Bianca, dopo essere stato abbandonato da molti suoi “fedelissimi” di partito.

Alcuni hanno affermato che Trump sembra essere immune a tutti gli scandali che lo colpiscono, definendolo come un personaggio che, con le sue caratteristiche, sta mettendo alla prova gli effettivi limiti di cui gode la figura del Presidente nel sistema statunitense; la sua condotta, si dice, sarebbe tale da comportare la cessazione della carriera politica di qualsiasi leader di partito e, invece, il consenso popolare nei suoi confronti, non sembra affatto risentire delle sue azioni.

Un sondaggio pubblicato sul sito FiveThirtyEight.org afferma che il 47,4% degli statunitensi è d’accordo con l’avvio della procedura di impeachment, ove il 46,6%, invece, assume una posizione contraria, numero che è sceso di sei punti in meno rispetto alla fine di settembre.

La popolazione americana è sostanzialmente spaccata ma l’elettorato di Trump sembra restargli estremamente fedele. Le sue peculiarità ci consentono di affermare che egli è quasi immune agli scandali che lo attanagliano: ma quelle stesse caratteristiche distintive lo rendono particolarmente vulnerabile sul piano dell’opinione pubblica, al punto tale da non poter esprimere una valutazione effettivamente stabile sul grado di consenso popolare riservatogli.

Quanto ai prossimi passi per l’avvio della procedura in Senato, sembra che parte dei repubblicani intenda chiudere la questione sull’impeachment nel più breve tempo possibile, al fine di poter lavorare alle primarie senza ostacolo alcuno; la Casa Bianca, invece, pare non voler accelerare i tempi: difatti, occorre considerare che qualora la vicenda non dovesse concludersi in tempi brevi, rischierebbe da un lato di oscurare a livello mediatico le primarie del partito democratico e, dall’altro, di impegnare in Senato diversi potenziali candidati democratici alla presidenza, che non potrebbero così dedicarsi alla fase iniziale delle primarie, rischiando di compromettere la propria candidatura.

In questo clima, durante il suo ultimo comizio in Michigan, Trump ha affermato che l’impeachment è “un suicidio politico” per i democratici, che intendono ribaltare il risultato delle presidenziali del 2016 e compromettere quello delle elezioni del 2020: intanto, i sondaggi a livello nazionale, mostrano un Trump “evergreen”, tendenzialmente in vantaggio contro qualunque altro potenziale sfidante democratico.


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