La vittoria a metà di Ursula Von der Leyen

Di Francesco Puleo – Il voto del Parlamento europeo del 16 luglio ha confermato la proposta del Consiglio: il nuovo presidente della Commissione europea è la tedesca Ursula Von der Leyen, espressione del gruppo dei popolari del PPE, eletta con 383 voti favorevoli, 327 contrari e 22 astenuti. Una maggioranza risicata, molto al di sotto di quella che ha eletto l’ex presidente Jean Claude Juncker e diversa da quella immaginata da alcuni analisti in seguito alle elezioni del Parlamento a maggio.

Dopo una campagna elettorale dominata dallo scontro tra europeisti e sovranisti e dopo la sconfitta di questi ultimi, una delle ipotesi più accreditate era quella di una maggioranza nuova e più ampia rispetto a quella coalizione tra popolari e socialisti che finora ha governato l’Europa: un fronte che comprendesse anche i liberali e i verdi, da contrapporre alle forze euroscettiche e a testimoniare la volontà di un rinnovamento delle istituzioni europee e di un rilancio del processo di integrazione.

D’altro canto, il discorso pronunciato da Ursula Von der Leyen a Strasburgo andava esattamente in questa direzione, delineando un programma capace di accontentare tutte le forze europeiste: lotta al cambiamento climatico per i verdi, lotta alla povertà e salario minimo europeo per i socialisti, difesa dello stato di diritto per i liberali. E soprattutto rimettendo al centro il disegno europeista e lo spirito comunitario con tre proposte: riforma del trattato di Dublino, rilancio della politica estera e di difesa comune, riconoscimento dell’iniziativa legislativa al Parlamento (che come sappiamo appartiene solo alla Commissione). Immancabile il riferimento all’uguaglianza di genere, tema molto sentito da Von der Leyen, come dimostrano alcune delle sue battaglie durante i precedenti incarichi da ministro in Germania, dalle quote rosa ai congedi parentali egualitari. Inevitabile infine il richiamo alla Brexit, per la quale ha espresso “rispetto” e non ha escluso eventuali proroghe.

Evidentemente ciò non è bastato e il voto di martedì – dopo giorni di polemiche attorno alla sua figura per via di un’inchiesta legata a consulenze opache offerte dal ministero della difesa di cui lei è alla guida – ha confermato che questo fronte largo ed europeista non c’è, mentre ci sono delle fratture all’interno degli stessi gruppi politici. Se infatti il gruppo dei popolari ha votato compatto a favore del suo candidato, quello dei socialisti si è spaccato a metà, con il voto contrario delle delegazioni francese e tedesca. Altrettanto determinante è stata la spaccatura interna al gruppo dei “Conservatori e riformisti” (quello di cui fa parte Fratelli d’Italia), con i polacchi del PiS che hanno votato a favore.

Favorevoli i liberali di Renew Europe (guidato dai seguaci di Macron), contrari tutti gli altri (verdi, sinistra radicale e sovranisti) ad eccezione del Movimento 5 stelle, che con i suoi 14 voti è stato determinante per la vittoria di von der Leyen.

Il governo gialloverde esce dunque diviso. Immediata la polemica del ministro dell’interno Matteo Salvini: «Von der Leyen passa grazie all’asse Merkel, Macron, Renzi, 5stelle. Avrebbe potuto essere una svolta storica: la Lega è stata coerente con le posizioni espresse finora, ha tenuto fede al patto con gli elettori e difende l’interesse nazionale». I cinque stelle rivendicano invece la scelta di appoggiare la candidatura di von der Leyen: «Siamo stati l’ago della bilancia, abbiamo condizionato in positivo l’agenda della prossima Commissione europea che avrà il salario minimo, la lotta al cambiamenti climatici, la riforma del regolamento di Dublino e nell’attribuzione di maggiori poteri al Parlamento europeo le proprie priorità, tutte battaglie portate avanti dal Movimento 5 Stelle da anni».

Difficile prevedere cosa accadrà nei prossimi mesi. Sicuramente, la tenuta del governo in Italia sarà messa a dura prova quando arriverà il momento di proporre un commissario italiano, dal momento che i conflitti interni alla maggioranza sono sempre più forti e sempre meno nascosti. Sempre che il governo non si sciolga prima della fine dell’estate. In ogni caso, la nuova presidenza sarà estremamente fragile, forse la più fragile nella storia delle istituzioni europee. La maggioranza attuale si basa infatti sull’appoggio di Viktor Orban e del PiS di Kaczyński, ovvero di due forze sovraniste ed euroscettiche, e in parte su quello dei parlamentari europei inglesi, che in caso di Brexit dovrebbero abbandonare il parlamento. La nuova commissione dovrà necessariamente rispecchiare gli equilibri espressi da questa maggioranza, con il rischio concreto di nuovi ostacoli e battute d’arresto nel progetto di integrazione europea.


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