Il cuore di una tensione mai terminata

Di Marco Cerniglia – Era l’anno 1999 quando il conflitto sanguinoso che vedeva come teatro la regione del Kosovo, nella penisola balcanica, volgeva finalmente al termine. Questa regione fu l’ultima che cercò la separazione dalla ex-Jugoslavia, dopo una serie di conflitti che videro la scissione degli altri territori, come Croazia e Bosnia Herzegovina.

La situazione kosovara è diversa già alla radice, in quanto si trattava di una parte integrante della Serbia, seppur popolata perlopiù da albanesi musulmani. Il tentativo di scissione portò a una guerra violenta, volta a sopprimere le minoranze albanesi nella regione; la fine, almeno formalmente, arrivò col bombardamento di Belgrado per mano della NATO, in seguito proprio alle minacce di pulizia etnica dell’allora presidente della Jugoslavia, Slobodan Milošević.

Il presidente serbo Milošević durante una trattativa di pace

In seguito, Milošević verrà anche arrestato; la detenzione, dovuta all’istituzione del Tribunale Penale Internazionale per la Ex-Jugoslavia, avverrà nel carcere di Scheveningen, all’Aja. Il processo, che lo avrebbe visto accusato di crimini di guerra e contro l’umanità, avvenuti durante i conflitti in Croazia, in Bosnia Erzegovina, e successivamente anche in quello del Kosovo, tuttavia non giunse alla sentenza definitiva; infatti, nel Marzo del 2006, l’ex presidente serbo muore, poco tempo prima del termine del processo.

Mentre gli altri stati della Ex-Jugoslavia, tuttavia, sono riusciti a mantenere la loro autonomia dal vecchio progetto della Grande Serbia, il Kosovo, gestito dalle Nazioni Unite per un lungo periodo, dichiarerà la propria indipendenza nel 2008. Nonostante questo, ne’ la Serbia, ne’ altri stati delle Nazioni Unite, tra cui Russia e Cina, ne’ perfino alcuni stati europei come Spagna e Grecia, riconoscono la nuova capitale Pristina e il nuovo stato. E le tensioni nella regione non sono mai calate del tutto, fino ad arrivare ad oggi.

A Mitrovica Nord, capitale della zona del Kosovo abitata soprattutto da serbi, e anche nelle altre città a maggioranza serba della zona, qualche giorno fa è avvenuto infatti un blitz della ROSU, la polizia speciale kosovara-albanese, che ha visto l’arresto di 19 persone. La situazione diventa però subito molto tesa; numerosi i colpi di arma da fuoco nelle strade, feriti anche civili e poliziotti locali. Le forze NATO nel paese si sono immediatamente mobilitate per proteggere i luoghi di interesse, tra cui i monasteri ortodossi.

Le forze ONU, nel mentre, hanno cercato di portare la calma, attraverso svariati appelli del capo della missione delle Nazioni Unite in Kosovo, Zahir Tanin. Tra gli arrestati, infatti, figurano anche due funzionari della missione, tra i quali anche un diplomatico russo. Il rilascio è comunque avvenuto dopo poco, ed è stato spiegato con la presenza dei due funzionari dietro le barricate create dalla popolazione per resistere alla ROSU, e poi fatte smantellare. Tuttavia, la Russia denuncia il raid come un tentativo di intimidazione da parte delle forze albanesi contro i serbi del Kosovo, parere condiviso dalla Serbia che infatti ha mobilitato le proprie forze militari.

In quei giorni, peraltro, si era anche cercato di giungere a un compromesso con l’Albania, interessata al controllo della regione in caso di mancata indipendenza a livello delle Nazioni Unite; si stava cercando proprio di scambiare l’area di Mitrovica, a maggioranza serba, con l’area a maggioranza albanese della Valle del Prescevo. L’idea originale era di riconoscere che il Kosovo era ormai perso al governo serbo, come dichiarato anche dal presidente Aleksandar Vucic. Tuttavia, questa aggressione spinge uno scambio già molto difficile, portandolo ai limiti dell’impossibile. E questa tensione, mai scemata, che continua a salire, lascia il timore di una nuova recrudescenza, stavolta con modalità diverse.


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