Silvia Romano e il silenzio degli ingenui

Di Maddalena Tomassini – Sono passati 13 giorni da quando Silvia Romano è stata rapita. Dicembre è iniziato accompagnato dai canti di Natale e dalle polemiche che avvolgono il nostro Paese. Assoluto silenzio, invece, vige da venerdì sul destino della cooperante italiana.

Il giorno precedente sembrava che la liberazione fosse imminente. I rapitori e la vittima accerchiati nel nord della foresta Malindi, ben prima del confine con la Somalia – e poi l’annuncio di una conferenza stampa imminente, mai fissata. Il gruppo era stato avvistato ai margini della foresta nei pressi del fiume Tana, oltre il quale si trovano decine di chilometri di selva fitta. Una foresta abitata da fauna aggressiva e da tribù scontente del rapimento dell’italiana. Intanto, fonti locali affermavano: è costretta a indossare il niqab (velo che copre tutto tranne gli occhi), le hanno tagliato le treccine bionde e macchiato la pelle di fango.

Da venerdì è sceso il silenzio stampa, segno che la situazione è in equilibrio su una lama sottile. Il vuoto di cronaca è tornato a dare spazio al brusio dei commenti e degli insulti, a cui si aggiungono difese forse peggiori delle accuse. Secondo Massimo Gramellini, quello di Silvia non è che l’entusiasmo ingenuo e infantile, tipico di chi crede di poter cambiare il mondo.

«I volontari sono forse un po’ idealisti» risponde Sandra Ventoni, italo-belga volontaria di 24 anni, vincitrice del premio Giovane volontario europeo Focsiv (Federazione degli organismi cristiani servizio internazionale volontario). «D’altronde chi decide di impegnarsi per rendere migliore il mondo in cui viviamo, un po’ lo deve essere, ma, per carità, non parliamo di ingenuità. Siamo tutte persone formate, sappiamo quello che andiamo a fare». Insomma, quello del cooperante è un mestiere, e come tale ha i suoi rischi e le sue motivazioni. E per quanto strano, c’è chi lo fa senza “smanie altruistiche”.

1543056567977.jpg--ancora_arresti__per_la_polizia_silvia_romano_e_vivaIl problema di Silvia è che è giovane (quindi ingenua e idealista), donna (quindi emotiva e crocerossina) ed è andata ad aiutare in Africa. L’opinione diffusa è che avrebbe dovuto aiutare bambini italiani. Bastava andare a una mensa Caritas qualsiasi. Perfetto, giusto. Se non fosse completamente insensato. Un volontario in Africa non si occupa di bambini italiani come un medico cardiologo non cura malati oncologici: ognuno sceglie la sua battaglia.

In conclusione, voglio indossare di nuovo le vesti della “ingenua” che ha speso quattro mesi alla Caritas e tre a Gerusalemme. Il cooperante non è un lavoro per stomaci deboli. È un lavoro difficile, che costringe ad affrontare i propri limiti di fronte alla sofferenza, e a rimanere lucidi mentre si prendono decisioni difficili. È tempo che si smetta di bersagliare i cooperanti per placare la propria coscienza: ce ne si faccia una ragione, la solidarietà esiste, anche se fuori moda. E solidarietà è quello che merita da noi Silvia Romano, nella speranza che il silenzio stampa s’interrompi presto e con buone notizie.


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