Referendum contro i matrimoni gay in Romania: un completo flop

Di Ornella Guarino – Giorno 6 e 7 ottobre, in Romania, si è tenuto il referendum sulla famiglia, richiesto principalmente dai conservatori e dalla Chiesa ortodossa, i quali avevano chiesto una consultazione attraverso la raccolta di 3 milioni di firme. Tale proposta è stata appoggiata anche dal partito socialdemocratico al governo.

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Liviu Dragnea

Durante il periodo che ha preceduto la consultazione popolare, la Chiesa ortodossa ha incitato i fedeli, oltre l’80% della popolazione, ad approvare il cambiamento della Costituzione descrivendo gli omosessuali come malati mentali; questa è stata sostenuta anche dalla coalizione della famiglia –  associazione composta da oltre 40 gruppi di conservatori e religiosi -, ma anche dal leader del partito di centrosinistra Liviu Dragnea, il quale ha dichiarato che la Romania, nonostante sia parte dell’Unione Europea dal 2007 non avrebbe dovuto seguire il trend degli altri paesi dell’UE che hanno già legalizzato i matrimoni tra persone dello stesso sesso.

In opposizione a coloro i quali hanno sostenuto la possibilità di un cambiamento effettivo della Costituzione, vi sono stati l’Alleanza progressista dei socialisti e dei democratici (S&D), il gruppo politico di centrosinistra del Parlamento europeo a cui appartiene il Partito socialdemocratico romeno, le associazioni LGBT locali che per mesi hanno protestato contro il referendum, sostenute tra gli altri da Amnesty International, questi hanno infatti considerato tale referendum come contrario ai valori europei.

referendum-romania-1350Il richiamo alle urne mirava, dunque, ad impedire il matrimonio egualitario attraverso un cambiamento dell’articolo 48 della Costituzione romena, il quale definisce il matrimonio come «unione spontanea tra coniugi», sostituendo la parola coniugi in «unione spontanea tra uomo e donna». In realtà però il quesito referendario era ambiguo;  veniva  infatti, chiesto che si rispondesse con sì o no ad una domanda formulata in maniera tale da lasciare ampio margine discrezionale al governo di decidere i cambiamenti costituzionali.

Il tentativo è comunque naufragato in quanto il quorum, già molto basso, richiesto perché il referendum fosse valido era del 30% degli aventi diritto al voto, ma questo non è stato raggiunto; infatti solo il 20,41%  (3.731.704 persone)  su un totale di 19 milioni si è recato alle urne. Questo dato stupisce ancora di più se si pensa che erano state raccolte tre milioni di firme da parte del comitato referendario, quando ne sarebbero bastate solo 500 mila.

Tale cambiamento avrebbe definitivamente impedito a persone dello stesso sesso di contrarre matrimonio, rendendo legge fondamentale il matrimonio solo fra persone di sesso opposto; avrebbe inoltre incrementato l’odio contro la minoranza LGBT e ritardato il progresso civile e democratico sulla scia della Russia e di alcuni stati dell’Europa orientale.

Il risultato, comunque, non cambia la situazione di fatto. In Romania, infatti, la legge non autorizza né il matrimonio tra persone dello stesso sesso, né le unioni civili, ma il boicottaggio messo in atto dalla popolazione civile potrebbe invece portare ad un’accelerazione dell’approvazione di una legge che favorirà le coppie dello stesso sesso.

In questa circostanza sembra evidente che la popolazione romena abbia capito, così come chiaro già a livello europeo, che il governo avesse approvato tale consultazione per distogliere l’attenzione dai reali problemi che affliggono il Paese. Inoltre, nonostante la chiesa ortodossa ritenga un abominio l’amore tra coppie omosessuali, il popolo romeno ha compreso che non vi è un solo tipo di famiglia e che la famiglia intesa come tradizionalmente composta non ha bisogno di negare diritti altrui per esistere.


 

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