Verso la legge di bilancio: un flash sul reddito di cittadinanza

Di Federico Mazzara – La proposta del Reddito di Cittadinanza (da adesso RDC), così come formulata nel disegno di legge 1148, prevede l’erogazione di 780 euro (corrispondente alla soglia di povertà individuata dall’ISTAT) a tutti gli individui che abbiano compiuto 18 anni, disoccupati, o con un reddito inferiore alla cifra considerata. Contestualmente, per i percettori del reddito vi è l’obbligo di iscrizione ai centri per l’impiego, i quali sottoporranno tre proposte di lavoro, rifiutate le quali decade il diritto al percepimento. Nel frattempo, vige l’obbligo per il cittadino di prestare servizi sociali per almeno 8 ore settimanali nel comune di appartenenza.

Le possibilità che la proposta venga inserita già in legge di bilancio di fine anno sono concrete, rimangono da trovare coperture per 10 miliardi. Si spinge per uno sforamento del rapporto deficit/pil al 2/2,2%. Tra quelle rinvenute nel ddl del 2013, si faceva riferimento all’aumento dei prelievi erariali sul gioco d’azzardo, sulle fasce pensionistiche più alte e la riduzione delle spese della pubblica amministrazione di varia natura. Ulteriori risorse potrebbero provenire dalla riconversione delle spese per gli ammortizzatori sociali a favore della misura unica, più inclusiva, del RDC. E’ in discussione, per esempio, l’idea di prelevare una parte dei soldi da quelli stanziati per il REI, il reddito d’inclusione varato dal governo Gentiloni, che verrebbe così inglobato nel piano del RDC.

Va da sé che, l’erogazione del sostegno dovrebbe essere parte di un pacchetto più vasto di riforme in materia di regolamentazione del lavoro e circolazione del contante. Per scongiurare l’ipotesi di un esborso troppo esoso per le casse statali, andrebbero implementate misure che penalizzino ancor di più il lavoro nero, con progressiva riduzione dell’uso del contante.

L’obiettivo, ça va sans dire, è la trasparenza. Al di fuori dell’ambito legislativo, andrebbero realizzati progetti di formazione a sostegno della piccola imprenditoria, in sinergia con le risorse potenzialmente più redditizie del territorio. 

Una delle critiche più roboanti, è quella rivolta alla presunta non sostenibilità del RDC nel lungo termine, unita all’effetto disincentivante sull’offerta di lavoro che questo produrrebbe, oltre al rischio di divenire una semplice misura assistenzialistica. Premesso che prevederne gli impatti è certamente complesso, non è difficile supporre un effetto moltiplicatore positivo sui consumi e sugli investimenti in formazione, con aumenti del Pil potenziale.

Quest’ultimo parametro è rilevante, poiché negli ultimi anni, la commissione europea fissa gli obiettivi di deficit di medio termine sulla base del pil potenziale e non sul classico rapporto Pil effettivo/deficit al 3%. Un Pil potenziale in aumento, grazie ad una riduzione degli inattivi sul lavoro, implica una maggiore possibilità di deficit. In questo modo la manovra potrebbe autoalimentarsi, senza ricorrere allo sforamento.



Bibliografia:  

Fontana – Un’analisi della proposta di legge del Movimento 5 stelle

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