Israele confinata nei suoi comandamenti

Di Gaia Garofalo – Secondo il testo, «Israele è la patria storica del popolo ebraico che ha un diritto esclusivo all’autodeterminazione nazionale», nonostante la sua capitale contesa sia Gerusalemme o la cosiddetta Città Santa nell’Ebraismo, nel Cristianesimo e nell’Islam.

La riforma è stata criticata non solo dalla comunità internazionale, ma soprattutto dagli arabi residenti nel Paese.

Il riconoscimento di Israele come Stato unicamente ebraico, infatti, è stato definito da Adalah, il Centro legale per i diritti delle minoranze arabe in Israele, come il tentativo di promuovere «la superiorità etnica attraverso politiche razziste». Con questa modifica terribilmente preoccupante, il governo di Netanyahu ha creato una divisione netta tra i cittadini di prima classe e quelli di seconda, anzi ultima, talmente in basso, che la «legge sullo Stato-nazione ebraico» stabilisce che persino la lingua araba sarà considerata «speciale», e soltanto l’ebraico sarà insegnato nelle scuole.

Inoltre, secondo la nuova legge, la città di Gerusalemme è considerata la capitale dello Stato ebraico nella sua completezza. Paradossalmente, uno dei punti poco chiari della nuova norma riguarda, invece, i confini dello Stato: fino a quando non sarà formato uno Stato palestinese, infatti, Israele non avrà dei confini delineati. La legge appena approvata sancisce, quindi, la superiorità dei cittadini di religione ebraica rispetto a coloro che professano un altro credo. I servizi come l’istruzione, la sanità e l’alloggio a cui i cittadini arabi hanno accesso sono, infatti, peggiori rispetto a quelli forniti agli ebrei. In Israele ci sono circa 9 milioni di arabi.

Una legge dettata unicamente dal desiderio di soffocare in un pugno una cultura che ha fatto la storia del mondo, sigillandola tra i confini dell’ingiustizia umana. Il Knesset, il Parlamento d’Israele, ha avuto 62 favorevoli, 55 contrari e 2 astenuti; questo nonostante al Knesset vi siano presenti più deputati arabi rispetto al parlamento della Giordania, il che è quanto dire, dato che quest’ultimo è un Paese arabo. Paradossalmente, la legge non indica, però, quali siano i confini dello stato ebraico vista l’assenza di uno Stato palestinese, ma ciò non è centrale; già da anni, gli arabi sono discriminati in quel territorio, che al contrario contiene un significato di fratellanza proprio secondo altre Sacre Scritture, non di certo il testo della legge.

Un ulteriore punto riguarda «l’incoraggiare l’insediamento degli ebrei» da cui deriva una forte preoccupazione per il moltiplicarsi delle colonie ebraiche in Cisgiordania, area rivendicata interamente dallo Stato di Palestina, in contraddizione con le risoluzioni Onu che hanno definito in più occasioni come illegale la realizzazione di colonie ebraiche nei territori occupati.

Nel corso del dibattito era anche stata sollevata la proposta di limitare i poteri della Corte Suprema facendo prevalere la “natura” ebraica sulla democrazia. Tale richiesta è stata lanciata dal ministro della Giustizia Ayelet Shaked, la stessa esponente 42enne dell’ultradestra che il 12 febbraio al Convegno su Ebraismo e Democrazia ha dichiarato che: «C’è spazio per conservare una maggioranza ebraica persino a prezzo di una violazione dei diritti».

E ancora: si voleva legalizzare la segregazione nazionale o religiosa delle minoranze; un pericolo scampato, ma non del tutto, dato che chi saltava su queste gravità, fa ancora parte del governo.

Queste raccapriccianti realtà portano indietro, con un cappio alla memoria, quelle che 80 anni fa furono le leggi razziali e trascinano anche un presente tutto italiano, con l’intenzione di rendere obbligatori i crocifissi nei luoghi pubblici, pena una multa dai 500 ai 1.000 euro. Giustizia e sacralità ed in mezzo, un vuoto storico e morale.


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