Le difficoltà di essere avvocato (e donna) in Libia: chi è Azza Maghur e perché ha a che fare con l’Italia

Di Silvia Scalisi – È di appena qualche giorno fa la notizia dell’ennesimo naufragio al largo delle coste libiche: l’Unchr comunica che, stavolta, sono 276 i migranti fatti sbarcare a Tripoli, compresi 16 sopravvissuti di un’imbarcazione che portava 130 persone; tra queste, ancora 114 sono disperse in mare. Numeri che mettono i brividi, che fanno paura. Perché questi non sono soltanto numeri: sono esseri umani. Uomini, donne, bambini.

E quando sentiamo queste notizie, alle quali è impossibile abituarsi (se lo facessimo, probabilmente non saremmo più neanche umani, ma cadremmo nella bestialità), ci chiediamo se ci sia qualcuno, da qualche parte, nel mondo, che davvero cerca di fare qualcosa per aiutare queste persone; ci chiediamo se qualcuno sia disposto a lottare per loro, ad agire concretamente per cambiare una situazione che sembra peggiorare, ormai, di giorno in giorno, in una spirale senza fine.

Azza Maghur può senza dubbio annoverarsi tra queste persone. Avvocata libica che vive quotidianamente la dura realtà del proprio Paese d’origine, Azza è considerata da anni una pioniera del rispetto dei diritti umani nella propria terra.

Il suo lavoro e le sue battaglie abbracciano svariati e delicati fronti: il bisogno di incorporare i diritti riconosciuti dai trattati internazionali nella legislazione libica; l’ingiustizia nell’utilizzo senza limiti precisi della custodia preventiva previsto dal diritto locale; la necessità di promulgare leggi contro le molestie sessuali; sono solo alcuni degli obiettivi per i quali questa donna si batte costantemente.

Da sempre dalla parte dei più deboli, nel corso della sua carriera Azza, figlia del diplomatico ONU Kamel Maghur, si è interessata anche della situazione dei detenuti a Guantanamo; ha dato voce pubblicamente a donne emarginate o zittite dalle tradizioni locali; è stata attiva durante la Primavera Araba, ed è stata costretta a fuggire dalla Libia per evitare le persecuzioni del governo Gheddafi. Ha, inoltre, collaborato, e collabora tuttora, con associazioni che si impegnano a incoraggiare le donne a partecipare a competizioni sportive e culturali, promuovendo lei stessa eventi e manifestazioni.

La dedizione alla propria professione (vista quasi come una reale missione, piuttosto che come un semplice lavoro in senso stretto) l’ha portata persino a rinunciare a ben due cariche al Governo libico (nel 2012 come Ministro della cultura, e nel 2014 come Ministro del Lavoro e degli affari sociali), preferendo il lavoro di avvocato difensore “sul campo”.

Ma perché il nome di Azza Maghur è legato all’Italia? Tutto parte dal febbraio dello scorso anno, quando l’avvocata libica, insieme ad altri cinque connazionali, presenta un ricorso in tribunale (peraltro, accolto) contro il memorandum di intesa tra Tripoli e Roma, firmato dall’allora presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e dal premier del governo di unità nazionale libico (Gna) Fayez al Sarraj; accordo che ha come obiettivo quello di fermare il flusso di migranti che arrivano sulle coste italiane attraverso il mar Mediterraneo.

La Maghur, sin da subito, afferma l’illegittimità dell’intesa, partendo da una motivazione innanzitutto di natura legale: tutte le decisioni prese dal consiglio presidenziale guidato da Sarraj dovrebbero essere decise all’unanimità, stando all’accordo politico libico risalente al 2015, che ha portato all’insediamento a Tripoli del Gna; unanimità che, nel memorandum in questione, è mancata, poiché un componente del consiglio si era dimesso e un altro aveva boicottato i lavori.

cell-LibyaApparenti cavilli legali che, in realtà, servono alla Maghur per mettere in luce ben altra faccenda (forse anche più grave), ossia le conseguenze a livello umanitario dell’accordo. L’avvocata fa, infatti, notare come la Libia non sia in grado di aiutare, proteggere e tutelare i migranti e i rifugiati, a fronte di un sistema legale carente, che non può garantire il diritto di asilo, dove l’instabilità e l’insicurezza regnano sovrane.

La Maghur coglie l’occasione per mettere in risalto la situazione libica, con tutte le sue crepe e le sue falle, sottolineando come a Tripoli non sia presente una vera e propria autorità, con decine di milizie e raggruppamenti armati, che cambiano in continuazione alleanze e zone di influenza; e che, in questo frangente, «l’unico potere ancora unito e funzionante, anche se non al cento per cento, è quello giudiziario», come ha dichiarato in varie interviste, mostrando una fiducia incondizionata nei confronti dei suoi colleghi, e nella magistratura nel suo insieme.

Questo polverone ha avuto ripercussioni importanti anche in Italia, dove l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) si è preoccupata di sollevare questione di legittimità del memorandum.

Esempio di estrema tenacia e coraggio, Azza Maghur può senza dubbio ritenersi, oggi, una tra le figure più rilevanti nel panorama libico, “scomoda” e irriverente nella ricerca della verità, e instancabile nell’affermazione della tutela dei diritti umani nella sua terra.


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