I milioni nascosti della Lega, lo scandalo che travolge il partito di Salvini

Sui milioni usati per scopi personali o nascosti dalla (ex) Lega Nord, l’inchiesta e i procedimenti giudiziari hanno ormai superato i dieci anni. Anni in cui è stata travolta la famiglia del fondatore Umberto Bossi, e altri faccendieri del Carroccio. Ma la questione che sta tenendo banco in questi giorni è la decisione della Corte di Cassazione di accogliere il ricorso presentato dalla procura di Genova che chiede di reperire i 50 milioni di euro circa “spariti”, anche dai fondi futuri che entreranno nella casse del partito guidato dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, uno dei due grandi azionisti del nuovo governo italiano.

“Legagate”. La vicenda parte da lontano. Si tratta dello scandalo più grave che abbia mai travolto la Lega, e di riflesso anche l’attuale governo gialloverde. Esattamente un anno fa, nel luglio del 2017, il tribunale di Genova si è pronunciata con una condanna per truffa ai danni dello Stato emessa a carico di Umberto Bossi e dell’ex tesoriere del partito Francesco Belsito, inclusi altri tre dipendenti del partito e un imprenditore. Una truffa che va dall’utilizzo privato dei rimborsi del partito fino al sospetto di riciclaggio di denaro.

Tra il 2008 e il 2010 la Lega Nord – il partito adesso ufficialmente cambiato di nome in Lega – una parte consistente dei rimborsi elettorali erano stati utilizzati per spese personali piuttosto che per la gestione e la campagna elettorale del Carroccio. Si ricordano diamanti, immobili, cene di lusso, titoli di studio privati e altro non direttamente attinente alle attività del partito. Lo scandalo partì nel 2012, nel momento in cui viene pizzicato Belsito per la sua gestione sospetta dei rimborsi elettorali della Lega Nord, in parte spostati all’estero e investiti in varie attività. Dopo questo scandalo si è arrivati alle dimissioni di Bossi dalla carica di segretario, e alla sua condanna a 2 anni e 6 mesi, mentre l’allora tesoriere del partito, Belsito, è stato condannato a 4 anni e 10 mesi.

In merito alla condanna di quell’anno il tribunale di Genova ha inoltre deciso di procedere alla confisca al partito di 48.969.617 euro a titolo di risarcimento nei confronti dello Stato italiano per i rimborsi ingiustamente utilizzati. Si legge infatti nella sentenza che si tratta della «somma corrispondente al profitto, da tale ente percepito, dai reati per i quali vi era stata condanna». Dopo l’avvio del decreto di sequestro preventivo nei confronti dei fondi della Lega, erano stati trovati solo circa 2 milioni di euro, non abbastanza per coprire la cifra stabilita come risarcimento per la truffa ai danni dello Stato.

Non vi era stata chiarezza se il sequestro dovesse riguardare i fondi presenti in quel momento (settembre 2017) nei conti della Lega – come sostenuto dalla difesa legale del partito – oppure se si potesse agire per altre maniere attivandosi sulle somme depositate successivamente. Per risolvere questo dubbio, la procura ha richiesto di estendere l’esecuzione del sequestro anche alle somme che sarebbero arrivate da quel momento in poi alla Lega fino a ricoprire il “debito” con lo Stato, la somma stabilita di 49 milioni di euro circa. Il tribunale del Riesame aveva fermato tutto. Ma non finisce qui.

Il 3 luglio sono state depositate le motivazioni, dopo il nuovo ricorso in Cassazione. La Corte ha accolto il ricorso e stabilito che, in base al decreto già emesso in settembre, si può procedere al sequestro delle somme future, rinviando la motivazione – stavolta vincolante – al Riesame. Quest’ultimo dovrà emettere un nuovo provvedimento tenendo in considerazione le indicazioni e le motivazioni della Cassazione, non ignorabili per legge. In sintesi, la Lega dovrà sborsare l’enorme cifra indicata dal tribunale di Genova.

Si legge nelle indicazioni della Corte di Cassazione che il sequestro dei fondi della Lega riguarderà «la somma corrispondente al loro valore nominale, ovunque venga rinvenuta, una volta accertato, come nel caso in esame, il rapporto pertinenziale quale relazione diretta, attuale e strumentale, fra il danaro oggetto del provvedimento di sequestro ed il reato del quale costituisce il profitto illecito». In teoria ogni centesimo che entrerà nelle tasche della Lega dovrà andare allo Stato fino al raggiungimento dei 48 milioni (e passa) di euro utilizzati ingiustamente dal Carroccio.

CroppedImage720439-maroni-scopaIntanto, nello stesso tribunale ligure, è stata aperta un’indagine per riciclaggio (ancora senza imputati) riguardante i soldi spariti che erano stati spostati all’estero e poi rientrati: si ipotizza che durante le gestioni successive a Bossi, le “amministrazioni” di Roberto Maroni (colui che spazzò via gli scandali a colpi di scopa leghista) e di Matteo Salvini, si sia cercato di nascondere parte dei propri soldi proprio per evitarne il sequestro – provvedimento successivo all’era Bossi – disposto dal tribunale. Finora solo alcune inchieste giornalistiche confermano questo scenario. Salvini si difende allontanandosi da «questioni avvenute dieci anni fa» che non hanno nulla a che fare con lui.

Intanto è sotto la lente della Magistratura un importante trasferimento di denaro collegato alla Lega verso il Lussemburgo, seguito da un rientro sospetto in Italia. Sono state le stesse autorità del Lussemburgo a segnalare all’antiriciclaggio italiano alcuni spostamenti finanziari sospetti riguardanti la cospicua somma dalla banca Sparkasse alla Cassa di Risparmio di Bolzano. Un ostacolo al lavoro della Magistratura potrebbe essere un cavillo: il cambio del nome del partito in “Lega per Salvini premier”, che potrebbe costituire la formazione di un soggetto politico totalmente nuovo, e formalmente staccato dalla Lega, un escamotage per i più maligni.


 

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