Quando (finalmente) le donne hanno potuto scegliere: la legge 194/78 compie 40 anni

Di Silvia Scalisi – Troppo spesso compiamo l’errore di pensare che qualcosa che per noi oggi è “normale”, “banale”, “scontato”, lo sia sempre stato. Troppo spesso dimentichiamo che dietro ogni diritto, ogni libertà che ci è oggi riconosciuta, ci sono battaglie, spesso lunghe, aspre; ci sono donne, uomini, che hanno sposato una causa e non si sono arresi davanti alle (ripetute) difficoltà.

Poi, quando meno ce lo aspettiamo, veniamo svegliati dal nostro torpore perché la televisione, i social, i giornali, ci riportano indietro nel tempo e ci fanno riflettere su come effettivamente fosse il passato (non poi così lontano, eh), e ci ritroviamo a pensare su quali siano stati i percorsi che ci hanno portato fino a qui. Quei percorsi che permettono a noi, oggi, di pensare che qualcosa sia ovvio, scontato, che sia «sempre stato così».

Ecco, questo è quello che è accaduto qualche settimana fa, quando dal computer, dallo smartphone, dalla televisione, dalla radio, la stragrande maggioranza di noi ha scoperto che era il quarantesimo anniversario della Legge 194, risalente al 22 maggio 1978: la legge che ha reso legale l’interruzione volontaria di gravidanza.

E a quel punto, perlomeno tra le generazioni più giovani, saranno senz’altro sorti degli interrogativi, più che leciti: «Quindi prima del 1978 l’aborto era illegale?», «Ma com’è possibile, visto che le donne lo hanno sempre praticato?».

showimg2La risposta è (ahimè) la più cruda, e al tempo stesso la più banale, che si possa dare: ebbene sì, le donne che intendevano abortire per porre fine ad una gravidanza indesiderata (per qualsiasi motivo) dovevano agire nella clandestinità. Nascoste nella casa della “mammana” di turno, dove spesso si agiva senza strumenti sterilizzati, senza anestesia, senza nulla. Oppure si seguivano altri metodi, che tutto erano, meno che scientifici, come ad esempio ingurgitare intrugli di erbe “miracolose”, che più che i miracoli spesso provocavano persino la morte per avvelenamento delle povere sventurate. Ma in fondo, meglio la morte della vergogna di una gravidanza indesiderata, giusto?

Ebbene, questo percorso, lungo e tortuoso, inizia nel 1971 quando la Corte Costituzionale, dichiara illegittimo l’art. 553 del codice penale che puniva con la reclusione fino a un anno chiunque pubblicamente incitasse a pratiche contro la procreazione o facesse propaganda a favore di esse: un primo spiraglio inizia ad aprirsi; non a caso, lo stesso anno vengono presentati ben due progetti di legge a distanza di pochi mesi (sia da senatori, che deputati socialisti). Entrambi fanno un buco nell’acqua.

Ma la lotta non si ferma. Tre anni dopo, quella che prima era soltanto un’idea, inizia a diventare qualcosa di concreto: viene presentato un nuovo progetto di legge dal socialista Loris Fortuna (tra i primi favorevoli alla legalizzazione del divorzio), con l’appoggio dei Radicali e del Movimento di Liberazione della Donna. E da qui in poi si innesca una escalation virtuosa: il 18 febbraio 1975 la Corte Costituzionale dichiara parzialmente illegittimo l’art. 546 del codice penale (rubricato “Aborto di donna consenziente”), riconoscendo l’aborto terapeutico. Il 29 aprile 1975 il Parlamento approva la legge 405 che istituisce i consultori familiari, con annessa divulgazione dei contraccettivi.

Tra febbraio e aprile 1975 vengono presentate sei proposte di legge sull’aborto, segno di una volontà che più viene ignorata, più si ostina a venir fuori. Proposte che si differenziano per i casi in cui l’aborto è concesso (quasi sempre tassativi: pericolo di vita, pregiudizio per la salute fisica o psichica della donna, violenza carnale, incesto), per la motivazione («ragioni di necessità grave ed obiettiva»), o per il ruolo della donna nella decisione (in alcune proposte, pressoché inesistente, poiché a decidere sarebbe stata una commissione di medici e assistenti sociali nominata dagli ospedali stessi).

Al fine di accelerare i tempi, si opta per un referendum abrogativo delle norme del codice penale che vietano l’aborto: siamo a fine novembre 1975 quando la Cassazione dichiara valido il numero di firme per il referendum, e la votazione dovrà tenersi entro giugno 1976.

Lo scioglimento anticipato delle camere decretato dal Presidente della Repubblica Leone, fa slittare tutto a due anni dopo, alla primavera del 1978. Ricomincia tutto da capo, ma questa volta l’iter è ormai spianato: finalmente il 22 maggio 1978 il progetto di legge proposto dai partiti di sinistra, liberal-capitalisti e radicale viene approvato, uscendo indenne anche dal voto referendario.

Nasce così la Legge 194, che, anche a fronte delle difficoltà di applicazione causate dal sempre crescente numero dei medici obiettori, resta ancora oggi una tappa fondamentale nel percorso di riconoscimento della dignità e del rispetto delle donne.

 


Le fonti:

Aborto, storia della 194, Adnkronos;

40 anni di legge 194, quando per la prima volta l’aborto fu possibile, Rainews

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