Una favola moderna trionfa agli Oscar: best picture a “la forma dell’acqua”

Di Silvia Scalisi. Domenica scorsa sono stati assegnati a Los Angeles i premi Oscar 2018. E, a dire il vero, la sorpresa c’è stata fino a un certo punto, dato che il film che ha vinto più statuette è stato proprio quello che era dato come maggiore favorito tra i candidati.

Certo, le statuette vinte non sono state tante quante le nomination (ben 13), ma comunque Guillermo Del Toro ne ha guadagnate ben 4 con la sua favola moderna “La forma dell’acqua”: miglior scenografia, miglior colonna sonora, miglior regia e miglior film.

Ma a cosa è stato dovuto questo trionfo? Cosa ha portato questo film a vincere il premio “Best Picture”, che in passato è andato a titoli come “Il padrino”, “Kramer vs Kramer”, “Forrest Gump”, “Il discorso del re” (giusto per citarne alcuni)?

La storia è molto semplice, di per sé quasi banale, senza un reale intreccio o colpi di scena: America degli anni ’60, una donna che si innamora perdutamente, un amore corrisposto ma contrastato, con un cattivo che vuole dividere i due amanti, una fine che già si può intuire a metà del film.

Cos’è, allora, che ci colpisce? È senza dubbio la poesia. Sì, perché “La forma dell’acqua” è una poesia per gli occhi, per le orecchie, per la mente. E così come una poesia non si legge per la trama (quelli sono i romanzi, non certo le poesie), lo stesso accade con questo film, che si assapora per l’armonia, lo stile, la genuinità dei sentimenti che vengono rappresentati.

La musica fiabesca (che ci riporta vagamente alle atmosfere del “Favoloso mondo di Ameliè”) ci accompagna in un mondo diviso tra realtà e finzione. È reale Elisa, la protagonista muta che si esprime solo col linguaggio dei segni, che ogni mattina si alza, fa colazione, si prepara per prendere l’autobus che la lascerà al laboratorio governativo (adibito ad esperimenti abbastanza ambigui, per contrastare la Russia in piena Guerra Fredda),  dove è una semplice donna delle pulizie. È reale la sua amica Zelda, donna di colore, frustrata da un matrimonio infelice. È reale il suo amico Giles, il coinquilino omosessuale di una sensibilità sconfinata, che non può esternare i propri sentimenti (siamo pur sempre nell’America degli anni ’60) senza essere aggredito, o semplicemente cacciato via da un bar.

Ma un giorno questa realtà crudele e monotona, dove Elisa e i suoi amici sembrano invisibili, verrà stravolta dall’arrivo di qualcosa, anzi, di qualcuno: la Creatura, che Elisa scopre casualmente facendo le pulizie nella stanza dove si trova.

La Creatura è un essere anfibio (visivamente è chiaro il riferimento a “Il labirinto del fauno”, dello stesso Del Toro), tenuto costantemente incatenato in una vasca colma d’acqua, che viene sottoposto ad esperimenti disumani (e placato con scosse elettriche, ad ogni tentativo di ribellione), al fine di studiarne le origini, la composizione genetica, forse al fine di creare una macchina da guerra per sconfiggere i tanto odiati russi, in un clima paranoico da Guerra Fredda.

Tra Elisa e la Creatura, o il “Mostro” come viene chiamato, nasce immediatamente un’empatia: Elisa non ha paura di lui, non lo vede come un mostro, forse perché lei stessa è una “diversa”, che non viene accettata dalla società; una società che, anzi, nemmeno si accorge di lei, una donna che passa inosservata come le gocce d’acqua che scivolano via attraverso un finestrino in una serata piovosa.

Il Mostro ha le stesse catene che la società ha imposto a lei e ai suoi amici: Zelda non è forse incatenata ad un marito che non la rispetta e la sottovaluta? Giles non è forse costretto a reprimere i propri sentimenti e a sopportare continue mortificazioni? La stessa Elisa non è forse intrappolata in una vita silenziosa e incolore, che l’ha privata persino della parola?

E sarà proprio questa profonda empatia che spingerà Elisa a liberare la Creatura: perché, se lei non può liberarsi dalle sue catene invisibili, almeno che possa liberare il suo Amore da quelle reali che lo porteranno a morte certa.

Così, aiutata dai suoi fidati amici, formerà una improbabile squadra di salvezza, che maldestramente riuscirà nell’intento. E la natura del Mostro rimarrà un mistero, avvolta tra divinità e leggenda.

“La forma dell’acqua” si presenta, dunque, come una favola moderna, dove si chiede allo spettatore di calarsi totalmente in questo mondo fantastico, per riuscire a cogliere nei silenzi, nei dettagli, negli sguardi la storia di un amore classico, quasi epico, a tratti evocativo dei grandi miti greci.


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Un pensiero riguardo “Una favola moderna trionfa agli Oscar: best picture a “la forma dell’acqua”

  1. A me é piaciuto anche un altro aspetto del film che trovo poetico in un modo inconsueto, e che non si limita alla dolcezza, all’idealismo, e all’amore romantico: ho amato moltissimo la costruzione del “cattivo”, la scelta di dipingere l’esasperazione degli stereotipi di virilità come qualcosa di negativo in modo abnorme. Il cattivo é ossessionato dalla sua superiorità, dalla sua necessità di compiacere i superiori, dal desiderio di disporre a suo piacimento degli altri, dal razzismo e dalla misoginia, e in questo quadro lui risulta patetico in un modo sconfinato. Il cattivo non é un semplice cattivo, ma incarna tutti gli stereotipi di oppressione dei più deboli in modo molto attuale. E francamente non é piú tempo per questo malinteso senso di virilità.
    Il film é un ode alla gentilezza, nelle donne come negli uomini, e all’accettazione del diverso.

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