Russia 2018 | Regole del gioco e limiti del potere presidenziale

Di Pietro Figuera – Le elezioni presidenziali del 18 marzo saranno le seconde dall’introduzione del nuovo sistema dei mandati, avvenuta nel 2008 all’inizio della presidenza Medvedev. Il mandato presidenziale, passato da quattro a sei anni, resta vincolato al termine massimo di due consecutivi ed è dunque prevedibile che, qualora Putin venisse rieletto, quest’ultima sia la sua ultima avventura presidenziale.

Come indicato dall’articolo 81 della Costituzione, i candidati alla presidenza devono essere cittadini russi (non necessariamente dalla nascita), aver raggiunto i 35 anni di età ed aver permanentemente risieduto in Russia negli ultimi 10 anni.

Mentre i partiti già rappresentati alla Duma mantengono il diritto di nominare un proprio candidato, quelli esterni devono raccogliere un minimo di 105.000 firme per lo scopo. Un trattamento più complesso è riservato ai candidati indipendenti, i quali, oltre alle firme (315.000) devono garantire una loro equa distribuzione territoriale (massimo 7500 per ogni soggetto federale).

La raccolta firme e gli altri adempimenti legali dovranno concludersi, in questa tornata, entro il 31 gennaio, a meno di cinquanta giorni dal primo turno delle presidenziali. Soltanto a inizio febbraio, dunque, si avranno delle certezze sull’elenco ufficiale dei candidati.

Il sistema elettorale prevede l’elezione diretta del presidente nel caso in cui esso superi la soglia del 50% delle preferenze al primo turno; in caso contrario, il ballottaggio tra i due candidati che hanno raggiunto il miglior risultato. Una circostanza, quest’ultima, che si è verificata soltanto una volta (1996) dalla nascita della Federazione Russa in avanti.

Il Presidente eletto detiene poteri esecutivi e legislativi, è il comandante in capo delle forze armate e coordina, oltre all’amministrazione presidenziale e alle attività dei principali ministeri, una serie di agenzie e di apparati legati soprattutto ai servizi di intelligence.

Contrariamente a ciò che si pensa in Occidente, ad ogni modo, il Presidente non ha poteri assoluti e deve sottostare ad un insieme di istituzioni formali e poteri informali che contribuiscono a tenere a galla sia lui che il “sistema”. Tra di essi, più che la Duma e il Consiglio Federale (le due camere del parlamento russo), bisognerebbe citare le agenzie, i servizi segreti e soprattutto certe lobbies finanziarie che, benché abbiano certamente perso influenza rispetto all’era El’cin, mantengono un relativo potere decisionale (e di ricatto?) nei confronti del Cremlino.

Non dei veri e propri contrappesi, almeno nell’accezione europea e liberale del termine, ma un sottobosco del potere che imbriglia e modella il sistema. Finché questo sottobosco rimarrà al servizio di Putin, ovvero finché il presidente russo saprà bilanciare i poteri in competizione, agendo secondo la logica del divide et impera, la stabilità politica della Federazione verrà assicurata.

Nelle parole del politologo Gleb Pavlovsky, «È impossibile dire quando questo sistema cadrà, ma quando cadrà, cadrà in un giorno. E quello che gli succederà sarà la copia di questo».

Originariamente pubblicato su Russia 2018


 

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