L’Africa ha bisogno dell’Europa, l’Europa ha bisogno dell’Africa

Di Riccardo Licciardi – Dal punto di vista dell’Europa negli ultimi anni il continente africano è stato spesso visto unicamente come fonte di problemi. Le primavere arabe, la guerra civile in Libia, gli attentati terroristici (molti dei quali compiuti da soggetti di origine nordafricana), il fenomeno dell’immigrazione incontrollata e le conseguenti tragedie nel Mediterraneo sono stati tutti temi di difficile soluzione per i vari leader europei.

In questi anni, peraltro, è più volte parso che le scelte dei vari leader politici in relazione al “dossier Africa” fossero dettate dalla necessità di far fronte all’emergenza del momento, se non addirittura dal desiderio di tutelare i propri interessi nazionali – vedasi il fermo rifiuto di alcuni Paesi sull’accordo di ricollocazione dei soggetti titolari dello status di rifugiato del settembre 2015 o le deroghe temporanee al principio di libera circolazione introdotte da diversi Stati durante le fasi più ciritche della crisi migratoria.

Da questo punto di vista il 2017 può sicuramente considerarsi l’anno della svolta con i principali Paesi europei intenti a mettere in campo nuove misure per favorire il rilancio dell’economia africana e la stabilizzazione dei flussi migratori.

In tal senso, 12 mesi fa il ministro della cooperazione allo sviluppo tedesco, Gerd Müller, lanciava l’iniziativa di un Piano Marshall della Germania per quei paesi africani che si fossero mostrati rispettosi dei valori della democrazia, dello stato di diritto e dei diritti umani. I termini per essere ammessi in tale programma erano poi definiti nell’annuale sessione del G20, lo scorso luglio, tenutasi proprio in Germania.

Successivamente, dopo il successo elettorale di Emmanuel Macron alle elezioni francesi dello scorso maggio, Parigi tornava ad evidenziare il proprio interesse per la Françafrique (l’insieme dei Paesi africani sottoposti alla sovranità francese tra XIX e XX secolo).

Il nuovo Presidente francese ha, infatti, più volte ribadito nel corso del 2017 il sostegno di Parigi per i Paesi del cosiddetto G5 Sahel (Mali, Burkina Faso, Niger, Mauritania e Ciad). La stabilità di questi Stati risulta infatti fondamentale oltre che per la regione saheliana anche per il resto del continente africano e per la stessa Europa per due motivi.

In primo luogo, quest’area, viste le sue particolari caratteristiche geografiche (zone desertiche, grandi aree, confini porosi) ed etniche (con tribù di tuareg e berberi a Nord di Mali e Niger), è stata negli ultimi anni l’habitat perfetto per il proliferare di diverse organizzazioni criminali e terroristiche. In particolare nell’area in questione hanno trovato terreno fertile AQIM (Al-Qaida in Islamic Maghreb), Ansar al-Dine, MUJWA (Movement for Unity and Jihad in West Africa), Boko Haram (che dalla Nigeria si è espanso in Niger e Ciad nel corso del 2015).

In secondo luogo, gli stati della regione saheliana si trovano al centro delle rotte migratorie che dall’Africa centro-occidentale conducono alla Libia, diventata una vera prigione a cielo aperto dall’inizio della guerra civile.

Al rinnovato impegno francese hanno fatto eco le istituzioni di Bruxelles e gli altri due Stati del nuovo G4 europeo (Italia e Spagna, oltre alle già menzionate Germania e Francia).

In particolare, il 29 novembre scorso ad Abidjan, durante il 5° summit euro-africano, l’Alto Rappresentante per la politica estera europea Federica Mogherini ha evidenziato la necessità di rafforzare i legami politici ed economici tra le due sponde del Mediterraneo per far fronte alle comuni sfide della sicurezza e dello sviluppo economico.

La strategia  di Bruxelles dovrebbe fare perno sull’EIP (External Investment Plan), approvato lo scorso settembre ed indirizzato a favorire gli investimenti in Africa e nei Paesi europei non appartenenti all’UE. A tal fine, la Commissione europea ha messo a disposizione uno stanziamento iniziale di 4,4 miliardi di euro (che secondo le stime dovrebbero arrivare a 44 miliardi entro il 2020 attraverso l’effetto moltiplicatore).

A distanza di due settimane, il 13 dicembre, ha avuto poi luogo a Parigi una decisiva conferenza internazionale organizzata dal Presidente Macron con lo scopo di rinsaldare il sostegno per i Paesi del G5 Sahel. Durante tale vertice il governo di Madrid si è impegnato a aumentare a 300 il numero di effettivi impegnati nella missione europea EUTM, operativa in Mali.

A sua volta, Roma ha promesso l’invio di 470 uomini in Niger, paese chiave nelle rotte migratorie degli ultimi anni. Allo stesso tempo, dovrebbero aumentare da 300 a 400 i militari italiani impegnati nella stabilizzazione della Libia nel contesto della missione Ippocrate. Infine, è stato reso noto che Roma contribuirà con l’invio di 60 effettivi alla missione Nato in Tunisia, volta all’addestramento e assistenza delle forze armate di Tunisi.

Durante il corso del 2017 è sembrato che le istituzioni UE ed i Paesi europei abbiano cominciato a prendere coscienza del fatto che la gestione di fenomeni di lungo periodo  (migrazioni internazionali, debolezza delle istituzioni statuali, rischio di radicalizzazione) possa avere successo solo tramite politiche attive, mirate e concordate con i Paesi in cui questi fenomeni hanno origine. La speranza è che nel 2018 le pre(o)messe dello scorso anno possano iniziare a dare i propri frutti tramite il doppio binario del sostegno alle forze armate locali e dello stimolo economico a Paesi che soffrono in maniera estrema le conseguenze del cambiamento climatico in corso.

Già dai risultati del vertice del 15 gennaio che ha riunito i ministri della difesa europei e degli Stati del G5 Sahel potremo capire come evolverà tale collaborazione nel corso dei prossimi mesi, almeno per quanto riguarda l’aspetto logistico-militare.


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