La politica economica dell’amministrazione Trump

Innanzitutto, prima di parlare della politica economica interna “Trumpiana”, è necessario fare un breve quadro su come si è arrivati all’elezione di un presidente che ha attuato politiche di carattere protezionistico sotto il vessillo “America first”.

I valori dell’economia americana, nonostante stia crescendo al tasso del 3% circa e il reddito medio delle famiglie sia aumentato circa del 5%, sono ancora sotto quelli pre-crisi del 2008. Quello che più stupisce, però, è l’alto livello di disuguaglianza della ricchezza. Infatti, circa l’1% della popolazione americana detiene il 18% della ricchezza e tale percentuale è aumentata di otto punti rispetto al 1980. In questi pochi dati risiedono proprio i motivi che hanno portato ad un cambio di direzione politica rispetto a quella che fino ad oggi ha accompagnato il sistema americano. Infatti, il “depotenziamento” in termini di capacità di spesa e d’investimento della classe media è stato il fattore determinante che ha portato la vittoria di Trump all’elezioni americane. Egli ha raccolto il malcontento di questa fascia di popolazione nonostante gli mancasse l’appoggio completo del proprio partito. Trump si era proposto come obiettivo quello di interrompere il circolo vizioso instaurato tra l’establishment politico e l’élite finanziaria. In sostanza con la sua politica vi è stato un cambio sostanziale del “paradigma economico” in tutto lo scenario globalizzato. Questo è testimoniato dalle politiche sia in Asia (Cina, India) sia in America stessa. Politiche che trascurano la ricerca della crescita e dello sviluppo economico attraverso le esportazioni e si fondano, al contrario, sull’effetto traino rappresentato dalla domanda interna (potenziando proprio i consumi e gli investimenti).

Dopo questa breve premessa, scendiamo nel dettaglio relativamente ai temi principali dell’agenda economica del Presidente americano.

Innanzitutto il lavoro e la crescita. Per questi erano stati previsti massicci investimenti nel settore della difesa e delle infrastrutture, che, in effetti, ci sono stati e per i quali le attese parlavano di un tasso di crescita economica del 3,5% e circa 25 milioni di nuovi posti di lavoro nei prossimi 10 anni.

Per quanto riguarda, invece, le tasse e la spesa pubblica si prevedeva di tagliare le tasse per le imprese dal 35% al 15% mentre per le persone fisiche, Trump aveva promesso una semplificazione delle aliquote fiscali in tre fasce con livelli del 12%, 25% e la massima nel 33%. Il Presidente ha inoltre indicato l’intenzione di abolire le tasse di successione, scelta che parrebbe in controtendenza rispetto ai “valori” americani, basati sul concetto di costruzione del proprio futuro, anziché sull’ereditare, senza neanche pagare un minimo, posizioni economiche di privilegio. La stima della riduzione delle entrate fiscali per i prossimi dieci anni è calcolata in circa 6 miliardi di dollari, importo che naturalmente andrebbe ad aumentare il deficit pubblico. Per far fronte a questa riduzione di entrate, la nuova amministrazione americana attirerà capitali offrendo tassi d’interesse in crescita. Per questo, gli operatori di mercato hanno già elaborato queste prospettive, iniziando, da subito, a vendere titoli di stato americani.

I Repubblicani, infatti, dovrebbero avere in tasca i voti sulla riforma delle tasse negli Stati Uniti. Nel testo finale della legge, che con molta probabilità sarà approvato nei prossimi giorni, è prevista una serie di imposte “una tantum” sul rimpatrio dei profitti che le società statunitensi hanno accumulato all’estero pari circa a tremila miliardi (15,5% per il cash e l’8% per attività non liquide). Inoltre, le aziende pass-through, dove cioè gli utili passano al proprietario e sono soggetti ad aliquote sui redditi individuali e non d’impresa, riceveranno degli “sconti” sul reddito che sarà tassato del 20% anziché del 23%.

Per quanto riguarda il commercio internazionale, si rimanda al precedente articolo intitolato La Politica commerciale dell’amministrazione Trump.

Relativamente alla politica monetaria, invece, varie sono state le occasioni in cui sono state espresse, da parte di Trump, critiche per l’uso eccessivo e troppo prolungato della politica del Quantitative Easing (espansione monetaria). Secondo il magnate, la moneta avrebbe dovuto tornare a vantaggio degli investimenti pubblici e privati anziché essere ad uso esclusivo delle banche, le quali, nella maggior parte delle occasioni, l’hanno investita in attività prettamente speculative. In questo scenario la moneta americana, offrendo tassi interesse crescenti, si rafforzerà rispetto alle altre valute e, come effetto di tale politica economica, dovrebbe riapparire l’inflazione con conseguente discesa dei valori obbligazionari e una crescita dei prezzi delle commodities (attenzione al maggiore interesse per i beni rifugio quali l’oro e metalli). Possiamo tuttavia aspettarci che ciò non avvenga in modo eccessivo, per non compromettere troppo le esportazioni. Bisogna precisare, però, che, nel campo della politica monetaria, il programma “Trumpiano” pone qualche problema. Le misure per il rilancio dell’economia, basate su stimoli ben precisi, dovrebbero essere accompagnate, secondo Trump, da un aumento del tasso ufficiale d’interesse. Questo perché la politica del denaro “facile” potrebbe scatenare una bolla speculativa all’interno di una situazione di crisi. Ora, se è vero che i tagli fiscali e il relativo aumento della possibilità di acquisto potrebbero essere bilanciati da una politica monetaria correttiva, è vero anche che la situazione denunciata è già il risultato di un tentativo anti-crisi. Ricordiamo che la banca centrale americana, visti gli effetti della pioggia di denaro gettata sul mercato, aveva già deciso di alzare i tassi, ma aveva fatto anche marcia indietro proprio per le prime reazioni degli ambienti finanziari.

Quindi, attenzione ai futuri sviluppi di questa politica economica che potrebbe provocare instabili risultati.

Ugo Lombardo


 

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