La gig economy: una strana forma di economia della condivisione

Prima di parlare di Gig economy bisogna partire dalla definizione di crowd working. Questa parola, formata da crowd che vuol dire “folla” e working “lavorare”, è un modello di lavoro attraverso il quale i committenti, i cosiddetti “crowd sourcer”, attraverso l’uso di una piattaforma digitale, richiedono un servizio che può essere ordinato tramite i dispositivi mobile oppure da PC.

La crescita di questa nuova forma di lavoro online è stata notevole negli ultimi anni ed il numero di piattaforme digitali adibite al crowd working è già circa 2.300 in tutto il mondo. Fra queste si annoverano Amazon, Mechanical Turk, Freelancer.com e Twago. Tra i principali crowd sourcer si possono trovare, invece, Google, Intel, Facebook, Telecom, Honda, Panasoic, Microsoft, Walt Disney.

Relativamente al crowd working in Italia, esso è un settore che ancora stenta a svilupparsi anche se dato “i numeri non è difficile prevedere che presto la crowd economy si ritaglierà uno spazio rilevante anche nel nostro paese”. Così ha affermato Ciro Cafiero un esperto della materia nel panorama italiano.

Bisogna precisare, però, che in Italia, quando si parla di crowd working si fa riferimento alla Gig economy detta anche l’economia dei “lavoretti online”. In realtà questa associazione non è propriamente corretta in quanto la Gig economy si differenzia dal Crowd working per alcuni aspetti. Infatti, mentre entrambi si affidano ad una piattaforma tecnologica che rappresenta il “committente di lavoro”, essi sono diversi relativamente alle professionalità e allo scopo che c’è dietro tali occupazioni. Mentre il crow dworking, come viene interpretato all’estero, richiede professionalità poiché sono attività che espletano un servizio (basti pensare alla produzione di articoli di giornale, correzione di bozze, video, pezzi musicali ed altro), in Italia invece quando si parla di Gig economy, si verifica la cosiddetta “corsa dei levrieri”. Questa è la competizione fra workers per chi consegna la commessa nel più breve tempo possibile affinché sia possano ottenere crediti rispetto alla piattaforma. La conseguenza più grave di ciò è la “disintermediazione” del lavoro in senso verticale perché non vi è un contratto di assunzione ed in senso orizzontale perché non esiste alcun rapporto di colleganza. Basti pensare ad Uber o Foodora che vengono utilizzati esclusivamente come servizi di trasporto o di cibo i cui principali fornitori sono i Neet (Not (engaged) in education, employment or training).

La Gig economy sembra, quindi, una versione modificata della famosa sharing economy ma in realtà non è così dato che “sull’economia della condivisione manca una definizione condivisa”, racconta Antonio Aloisi, ricercatore dell’università Bocconi di Milano. La più comune definizione data in dottrina è quella secondo la quale la sharing economy non è altro che “la monetizzazione di risorse sottoutilizzate o non utilizzate” avente come obiettivo quello di abbattere i costi attraverso la condivisione di azioni che si farebbero in ogni caso. Se ad esempio  abbiamo bisogno di usare un trapano, poiché viene usato una tantum, conviene chiederlo in prestito e quindi condividerlo.

Ma c’è ben poco di condiviso in un servizio a pagamento di consegna del cibo a domicilio, né la bicicletta né tantomeno il pasto. Così come non condivide né l’auto né la benzina l’autista di Uber e né lo spazzolone e lo strofinaccio l’addetto alle pulizie di Helpling. Proprio per questo si preferisce parlare in Italia di Gig economy o economia del “lavoretto” o ancora di “economia on-demand” piuttosto che di crowd working. Tale attività viene così considerata anche perché, come dice Aloisi la Gig economy è un sistema di lavoro freelancizzato, facilitato dalla tecnologia che a che fare con esigenze generazionali e sociali”. Inoltre, “è una forma efficiente di impresa capitalistica su lavori che scontano flessibilità e intermittenza”.

Questa forma di nuova economia si è potuta sviluppare perché come sostiene Guglielmo Loy, segretario confederale della Uil, “la crisi ha visto una generazione, quella dei 30enni, avere meno opportunità e quindi dover ricercare opportunità di reddito, spesso, a qualsiasi condizione”. Tutto questo porta ad una situazione di lavoro posizionato in una zona grigia tra lavoro autonomo e subordinato di difficile collocazione giuridica, essendo questi dei lavori che vengono svolti nei ritagli di tempo rispetto a quello principale al solo scopo di arrotondare lo stipendio. È necessario, secondo Loy, trovare una soluzione in tal senso in cui “le stesse parti sociali devono porsi come mediatori proponendo modalità innovative che regolino, con il giusto equilibrio tra tutele ed opportunità, gran parte di queste attività”.

Ugo Lombardo


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