Bad Romance: il fallimento della nazionale italiana di calcio

Sono passati circa 12 anni da quando la combriccola nazionale, capitanata da Fabio Cannavaro, alzava per la quarta volta il trofeo più ambito per un calciatore: la coppa del mondo FIFA, il coronamento di una carriera, il top per un calciatore nel fiore degli anni calcistici. La nazionale era partita alla volta della Germania macchiata dallo scandalo Calciopoli, che aveva travolto numerosi club di serie A e B, tra tutte la Juventus che rischiava, in quei concitati giorni, di scendere tra i dilettanti e azzerare il suo prestigio.

I giocatori convocati in nazionale erano chiamati a issare la bandiera del calcio italiano nel mondo, e ci riuscirono, segnando la bellezza di 12 gol e subendo gol solo in occasione di un autorete contro gli Stati Uniti nella fase a girone e il gol di Zidane nella finale, vincendo un trofeo che mancava dal lontano 1982. Fu il successo di tutto il calcio italiano.

Oggi la nazionale italiana di calcio non disputerà il mondiale previsto il prossimo anno in Russia, risultato di una stagione (soprattutto l’ultima gestione tecnica, affidata all’ex granata Giampiero Ventura) di scarsi investimenti nelle cantere dei club, in una forma di conservatorismo senza eguali, che ha avuto il suo colpo iniziale con la sonora sconfitta per 3-0 contro la Spagna e terminata giorni fa con l’eliminazione da parte di una modesta Svezia nello spareggio per l’accesso alla fase finale del mondiale.

Le colpe immediate, è inevitabile, sono da cercare nello scarso approccio che il commissario tecnico ha avuto sin dall’inizio con la squadra: non ha saputo conciliare tattiche con affiatamento e questo ha portato una discontinuità con la precedente gestione, affidata ad Antonio Conte. Un mix di tattiche sbagliate, come il 3-5-2 ormai superato, una difesa poco nutrita e delle fasce poco fluidificanti che non sanno servire al meglio l’attacco e quindi una rosa facilmente attaccabile in contropiede, lanci lunghi e cross poco efficaci, hanno dato il risultato previsto.

Lo stesso Conte è responsabile, almeno per metà, della caduta della nazionale, poiché ha abbandonato la squadra nel momento migliore per trovare successo al Chelsea: doveva sicuramente portare a termine il suo mandato, cercando di portare la nazionale ai mondiali e questo cambio durante la fase iniziale ha sicuramente prodotto questa crisi (ricordiamoci che l’europeo era andato molto bene e la nostra eliminazione è avvenuta a causa di calci di rigore contro la Germania campione del mondo).

Altra causa è sicuramente lo scarso ricambio generazionale e la valorizzazione di nuovi talenti che sicuramente non mancano in Italia: al di fuori di Donnarumma, Verratti, Immobile ed Insigne, non abbiamo mai visto innesti giovani, anzi, abbiamo visto sempre la stessa rosa formata da calciatori con poca forza, eccezion fatta per la gloriosa BBC (Barzagli, Bonucci, Chiellini) che, età a parte, ha sempre cercato di fare il meglio.

Oggi la nazionale è chiamata ad essere ricostruita.

Bisogna ripartire, innanzitutto, da un allenatore che di calcio internazionale ha fatto la maggiore della sua esperienza (pensiamo tra tutti, ed è il nome più spendibile, a Carlo Ancelotti: allenatore di top club mondiali come Milan, Juve, Real e Bayern, dove ha conquistato numerose Champions League e dove si è trovato a competere con tattiche mai viste in Italia, ancora ancorata al catenaccio), per passare ad una rivoluzione nell’intera federazione, chiudendo di fatto l’era Tavecchio, risultato incapace di gestire una federazione che di rivoluzione ha visto solo i commissariamenti di Lega serie A e B.

Una federazione che deve collaborare molto con i Club nazionali, incentivando le squadre primavera, creando una squadra di giocatori che devono scendere in campo con la consapevolezza di indossare la maglia della nazionale e lottando ad ogni pallone per il miglior risultato possibile.

Non nascondiamoci dietro inutili filosofie: la nazionale italiana di calcio, oggi, è la triste metafora della nazione stessa: un gruppo che è stato allenato da anziani (magari incompetenti), radicato ad idee e moduli arcaici, dove i giovani promettenti vengono messi alla porta e dove l’orgoglio esce solamente solo quando si è con le spalle al muro. Il calcio nazionale oggi non si discosta per nulla dal resto dell’Italia.

Urge un immediato cambiamento. Abbiamo quattro stelle cucite sopra lo scudetto.

Giuseppe Sollami


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