Una lettura della “mezza” vittoria siciliana del M5S: è corsa al governo nazionale

La sfida per la conquista di Palazzo d’Orleans era da tutti considerata come il laboratorio pre-elettorale delle Politiche della primavera 2018 e il risultato è un segnale importante: con il 34,65% delle preferenze, il Movimento 5 stelle si è confermato come prima forza regionale, raddoppiando i voti dei principali partiti tradizionali (Forza Italia si ferma al 16% mentre il Partito Democratico incassa un sonoro 13%, attestando una pesante sconfitta).

Alla luce di questi risultati post Regionali in Sicilia, è giusto, per gli uomini di Beppe Grillo, parlare di ascesa alla presidenza del Consiglio, poiché il loro risultato è più evidente se consideriamo il fatto che gli altri aspiranti sono andati in corsa coalizzandosi con una media di 4 liste collegate. Addirittura la coalizione di centrosinistra non è riuscita a superare né ad avvicinarsi al risultato dei Cinque stelle, che hanno corso da soli.

È evidente il malcontento generale per i partiti tradizionali e soprattutto le scelte sbagliate operate dal centrosinistra, che hanno portato l’elettore a schierarsi con il Movimento o non votando. Oggi si può parlare, con tutta franchezza, della nascita di un sistema bipolare con un centrodestra ricostituito e fomentato dal suo ormai candidato in pectore, Silvio Berlusconi, che, andando unito, riesce a contrastare e vincere contro il Movimento 5 stelle, di fatto, la forza che si è sostituita al competitor storico del centrosinistra italiano. È il terzo polo, oggi, a essere ricoperto da un Partito Democratico che a stento riesce a raccogliere il 20% dei consensi, anche ipoteticamente coalizzato con le altre forze della sinistra.

Quali sono le cause di questo risultato, di fatto una “semivittoria” dei pentastellati? Prima fra tutte, la volontà dell’elettore, ormai stanco delle solite facce e dei soliti proclami dei partiti tradizionali, di testare la forza del Movimento; ne è riprova la differenza tra i voti attribuiti al candidato nisseno Giancarlo Cancelleri e ai voti della sua lista, maggiore rispetto agli altri schieramenti. Ulteriore criticità è rappresentata dalla mancanza di credibilità degli schieramenti tradizionali, nonostante l’alternanza negli anni nei luoghi di potere.

È evidente come la gente desideri freschezza, novità e nuove sfide che i partiti non hanno saputo o non hanno voluto portare avanti in questi anni; vuoi le numerose divisioni interne, vuoi il farraginoso meccanismo clientelare, vuoi la consapevolezza degli elettori dell’incapacità dei loro leader di imporre la propria linea su temi importanti come Lavoro e Sviluppo.

La Sicilia è una pedina fondamentale per le forze politiche nazionali. Le ultime elezioni regionali, anche in vista del nuovo sistema elettorale – il “Rosatellum” – possono essere una cartina al tornasole per le imminenti elezioni politiche nazionali che si svolgeranno nella primavera 2018. Con i risultati ottenuti nell’Isola, il Movimento 5 stelle potrebbe far man bassa di deputati e senatori. Tutto a spese delle varie coalizioni, che vedrebbero i loro voti frammentati e un’abbondanza di liste minori senza nemmeno un rappresentante eletto. Questo tremolante risultato potrebbe prospettare – se non la corsa per nuove elezioni dopo sei mesi – l’ingovernabilità da parte della coalizione vincente, e non si esclude la chiamata alla presidenza del Consiglio del candidato premier dei Cinque stelle – ad oggi Luigi Di Maio – la forza più rappresentata tra Camera e Senato.

Se i pentastellati vogliono realmente puntare a conquistare Palazzo Chigi, dovranno mettere in campo le migliori forze presenti nel territorio, colmare i non pochi dissidi interni e formulare una proposta di governo che spiazzi le altre forze, proponendo al Paese una reale e definitiva alternativa ai partiti tradizionali, ormai in decadimento. Inoltre – come dichiarato da Di Maio appena dopo i risultati delle Regionali siciliane – è necessario puntare alla «maggioranza silenziosa» (a cominciare da quella metà abbondante che in Sicilia non è andata alle urne) definita oggi con il cupo termine di partito del non-voto. Il Movimento vuole convincere chi non crede più nella politica e non va più a votare. È un modo per legittimare ciò che professa da tempo, quello che per cui è nato: ridare voce agli elettori stanchi degli “inciuci” nella vecchia politica.

Intanto, con i cosiddetti «impresentabili», una possibile ingovernabilità e i numerosi problemi presenti in Sicilia, il governo del vincente Nello Musumeci si prepara alla dura opposizione del Movimento di qui ai prossimi cinque anni.

Giuseppe Sollami


 

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