Regionali Sicilia: l’annunciata, ed ennesima, sconfitta del Pd… e di Renzi

Una batosta clamorosa. Non esistono altri termini per descrivere il risultato ottenuto dal centrosinistra, e in particolare dal Partito democratico nelle regionali siciliane. Le previsioni della vigilia avevano sicuramente in qualche modo preparato il terreno, ma la potenza dei numeri del voto ha amplificato l’eco di una sconfitta netta, incontrovertibile, e come d’altronde ammesso dal coordinatore del Partito democratico, Lorenzo Guerini, ampiamente “annunciata”.

Il voto in Sicilia era considerato da tutti come un importante banco di prova in vista delle prossime elezioni politiche. Tutti tranne Matteo Renzi, il quale, fin dal giorno della presentazione a Taormina della candidatura a governatore di Fabrizio Micari, ha sempre tenuto volutamente distanti la corsa a Palazzo d’Orleans con quella, eventuale, verso Palazzo di Chigi. Un modo, parecchio previgente, di mettere le mani avanti quasi che, al di là di ogni dichiarazione di facciata, vi fosse piena consapevolezza di ciò a cui si sarebbe andato incontro. E non si può certo dire che il segretario dem non ci avesse visto giusto. I numeri sono d’altronde impietosi.

Il Pd è finito distante oltre dieci punti percentuali dal suo principale ed attuale competitor politico, il M5s. E superato nei consensi persino da una Forza Italia, di certo non al massimo del suo splendore politico, commissariata com’è a livello regionale dal fido Gianfranco Miccichè e guidata a livello nazionale da un Silvio Berlusconi a mezzo servizio. E non basta più sollevare la vecchia questione del “divisi si perde”. Le percentuali basse ottenute da Micari e Fava non sarebbero minimamente bastate per competere con l’alter ego del centrodestra e con il M5s. Un motivo in più per ricercare le ragioni del fallimento altrove.

Il lascito del governo uscente di Rosario Crocetta certo, ma soprattutto gli errori commessi nel corso di tutta la campagna siciliana, culminato nel clamoroso ritardo nella scelta del candidato governatore dovuto all’assenza totale di qualsiasi piano alternativo al nome di Pietro Grasso, la cui candidatura, sbandierata ai quattro venti troppo presto, appariva in realtà complessa fin dal primo momento per le ragioni “istituzionali” (assai prevedibili) addotte dallo stesso presidente del Senato al momento del no. Primarie sì, primarie no, Davide Faraone che girando #dicasaincasa sembrava voler cogliere l’occasione. Rosario Crocetta che non ci stava a cedere lo scettro. Settimane di litigi per poi assecondare il civismo politico, vuoti di contenuti regionali, di Leoluca Orlando con un candidato, Fabrizio Micari, di scarsa rilevanza regionale a confronto di Musumeci e Cancelleri. Il tutto nel totale e assai sospettoso silenzio di Matteo Renzi, il quale nel frattempo aveva altro a cui pensare. Banca d’Italia, viaggi in treno, ma soprattutto la tanto agognata legge elettorale approvata a colpi di fiducia e in accordo, guarda caso, con l’alleato nella corsa verso Palazzo d’Orleans, Angelino Alfano.

Adesso, però, il voto siciliano non può non attirare le sue attenzioni. Il Partito democratico ribolle, al punto che da più parti non viene esclusa una strada alternativa al Renzi premier in ottica elezioni politiche del 2018. Anche perché dopo aver (stra)perso il referendum costituzionale, le amministrative e le regionali, il numero delle sconfitte del Pd targato Renzi cominciano a essere tante, forse troppe per non ragionare concretamente su una netta inversione di tendenza. Per il bene del centrosinistra.

Mario Montalbano


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