Vittime di violenze, vittime due volte: l’aggressione e il dolore della ‘colpa’

La colpevolizzazione della vittima o victim blaming è l‘atteggiamento di chi ritiene che la vittima di un crimine o di un’ingiustizia sia colpevole parzialmente o completamente di quanto le è accaduto. L’esempio palese di questa tendenza è manifestato quando si affronta il tema dello stupro. In questo caso specifico la colpevolizzazione è legata alla sessualità femminile: la colpa è tua perché hai mostrato parti sensuali del tuo corpo. La conseguenza più grave e nociva di tutto ciò, è l’impunità dei colpevoli: questo disagio psicologico spesso induce la vittima stessa ad auto colpevolizzarsi e, di conseguenza, a non denunciare.

Le “ragioni” per cui la società – o quanti si ritengono in grado di giudicare le vittime – colpevolizza sono due: in primo luogo perché deresponsabilizzando il contesto, deresponsabilizziamo la società e quindi anche noi stessi. Ci sentiamo meglio, scacciamo lo scomodo pensiero secondo cui avremmo potuto fare qualcosa per impedire che accadesse uno spiacevole evento e invece non l’abbiamo fatto. In secondo luogo, attribuire la colpa alla vittima rassicura, permette di attribuire una spiegazione razionale a quello che è accaduto.

A tal proposito, lo psicologo Melvin J. Lerner, teorizzò l’Ipotesi del ‘mondo giusto’ (The Belief in a Just World). L’idea di vivere in un luogo irrazionale, in gran parte imprevedibile, che contempla anche il male, per la società è intollerabile. Ipotizziamo che il mondo sia un luogo intrinsecamente giusto, ordinato, meritocratico e regolato dalla causalità nel quale, se a qualcuno accadesse un fatto dannoso, accadrebbe a causa del suo comportamento.

Le vittime di violenze provano un senso di vergogna ed è anche questo a trattenerle dal ricorrere alle vie legali. Molto spesso le donne che denunciano rischiano di essere trattate come “colpevoli” da un sistema penale che parte dal presupposto che le loro parole non siano vere o comunque siano esagerate. Tale atteggiamento appartiene allo stesso tempo a buona parte dell’opinione pubblica, in un immaginario amplificato dai social network, dove molti si prodigano a difendere un presunto stupratore e ad accanirsi contro la vittima, ‘colpevole’ del proprio aspetto, di essere vestita in un certo modo.

Purtroppo i numeri sulle violenze sessuali e fisiche sulle donne sono in continuo aumento. Sebbene i dati delle statistiche siano alti, purtroppo sono la minima parte rispetto a quelli reali perché, secondo gli esperti,  le denunce coprono solo il 12 per cento dei casi. Considerando le statistiche – un terzo delle donne ha subito una violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, dati alla mano – si capisce bene l’enormità del sommerso.

Secondo uno studio Istat del 2014, sarebbero 652 mila le italiane che tra i 16 e 70 anni sono state violentate nella loro vita e 746 mila quelle che hanno subito un tentativo di stupro. Eppure, nella quasi totalità dei casi le donne che hanno subito violenze sessuali non hanno denunciato, soprattutto se l’aggressore è italiano, mentre più frequenti sono le denunce se il colpevole è straniero. Quasi tutte le donne straniere, invece, non trovano la forza di denunciare, per lo più quando l’autore è originario del loro stesso Paese. Dai seguenti dati sono escluse tutte le violenze subite dal partner, che emergono ancor più di rado: qui la vittima è colpevole di frequentare ‘certi’ luoghi, di avere ‘certi’ atteggiamenti, o magari colpevole anche solo di essere giovane e carina.

Sabrina Landolina


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