Una storia lunga: Stati Uniti e Israele escono dall’Unesco tra minacce e delusioni

L’UNESCO è l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura. Viene fondata durante la Conferenza dei Ministri dell’Educazione dei Paesi alleati contro il nazismo. L’Atto Costitutivo dell’Unesco entra in vigore nel 1946 per 20 Stati (l’Italia ne farà parte nel 1949). Il Preambolo recita: “Building peace in the minds of man and women”, cioè “costruire la pace nelle menti degli uomini e delle donne”. Lo scopo di questa agenzia Onu è infatti quello di promuovere e mantenere la pace, il rispetto dei diritti umani e l’uguaglianza dei popoli attraverso programmi di educazione, scienza e cultura. Una delle sue principali missioni è quella di stilare una lista dei patrimoni dell’umanità, e proprio questo è stato uno dei punti che si sono accumulati alle motivazioni della fuoriuscita degli Usa. Infatti qualche mese fa il sito di Hebron e la Chiesa della Natività di Betlemme sono stati inclusi come patrimoni dell’umanità considerandoli territori della Palestina, una posizione inaccettabile per Israele e Usa.

Gli antefatti. La Palestina è stata ammessa nel 2011 come Stato facente parte dell’Unesco con 107 voti favorevoli, tra cui Francia, Cina e India e 52 astenuti tra cui Gran Bretagna. Questa decisione ha portato a contrasti tra gli Stati Uniti e i Paesi favorevoli all’ingresso del ‘poco riconosciuto’ Stato palestinese. Lo Stato americano e quello ebraico hanno deciso dunque di bloccare i finanziamenti ai fondi dell’organizzazione, perdendo di conseguenza il diritto di voto nella Conferenza Generale, massimo organo legislativo che approva il budget e i principali programmi. Oltre a queste misure, l’agenzia Onu ha in passato condannato Israele e gli insediamenti nei territori occupati in Cisgiordania. Tutti questi punti sono stati portati avanti come l’insieme dei «persistenti pregiudizi anti-israeliani». Un’altra causa da considerare potrebbe essere l’enorme debito di arretrati, 550 milioni di dollari che gli Usa si portano dietro dopo il blocco dei finanziamenti. Ebbene, l’atteggiamento americano è riassumibile nelle parole di Heather Nauert, portavoce del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, che chiede: «Vogliamo davvero pagare i soldi?».

Le reazioni. La Direttrice generale dell’Unesco Irina Bokova ha dichiarato che «è spiacevole la scelta americana di uscire da un’organizzazione che promuove l’educazione alla pace e la protezione della cultura, in tempi in cui proprio queste sono sotto attacco» sottolineando che si tratta di un danno sia per l’agenzia sia per gli Usa. Il Primo Ministro israeliano Netanyahu ritiene tale decisone «morale e coraggiosa in un ambiente divenuto teatro dell’assurdo e che invece di preservare la storia la distorce». Mentre l’ambasciatore dello stato ebraico, Danny Danan annuncia che le azioni contro Israele avranno delle conseguenze: «Oggi è un nuovo giorno per l’Onu, dove vi è un prezzo da pagare per la discriminazione contro Israele». Toni quasi minacciosi si potrebbe dire.

La divisione arriva in un momento importante per l’Unesco, momento in cui la Bokova si avvicina alla fine del suo mandato. A breve, infatti, si voterà per il nuovo direttore generale. I favoriti per la carica sono il qatariota Hamad bin Abdulaziz al-Kawari e la francese Audrey Azoulag, anche se il primo sembrerebbe in testa, mentre Stati Uniti e Israele avrebbero preferito vedere un direttore proveniente da aree più ‘amichevoli’.

La separazione Usa-Unesco. Non è la prima volta che assistiamo a un divorzio americano con l’Unesco. Nel 1984 durante la presidenza Reagan gli Stati Uniti decisero di uscire, seguiti dal Regno Unito, perché ritennero l’agenzia e, in particolare, il “Nuovo ordine Internazionale dell’Informazione” – creato dall’Unesco per dimostrare le infondate insinuazioni dei due Paesi anglosassoni – un mezzo nelle mani dei Paesi sotto l’influenza del regime comunista e del Terzo Mondo per attaccare l’Occidente. Il rientro avvenne con Bush Junior nel 2003 dopo che il pericolo rosso era ‘ormai passato’. Il rapporto Usa-Unesco dunque non è mai stato del tutto lineare. Quando la superpotenza non si è sentita ascoltata ha deciso di interrompere i rapporti, in modo più o meno forte. Stavolta è forte di un’uscita formale che avrà effettivo valore dal 31 dicembre 2018. Sicuramente non è cosa buona l’uscita da un’organizzazione che persegue il valore della pace attraverso canali importanti che non comportano uso alcuno di armi. Tutti dovrebbero collaborare alla pacifica convivenza, dai cittadini nel loro quotidiano, ai grandi leader nel loro piccolo come nell’esercizio delle loro funzioni politiche.

Siamo in un periodo particolare in cui i populismi si fanno sentire. America First è il motto trumpiano che sta avendo i suoi risultati – o almeno è quanto il Presidente americano sta cercando di mettere in atto in qualsiasi sede – portando avanti i particolarismi e gli egoismi a discapito dell’unione, della condivisione e della pacifica convivenza. Anche in ‘luoghi’ predisposti a portare avanti la pace, la politica statunitense interessata ai personalismi fa da padrona. O forse no. La pace è un lungo percorso e bisogna affinare i suoi strumenti per raggiungerla: prendersi cura del terreno, piantare dei buoni semi che diano buoni frutti, ma soprattutto la volontà di arrivarci. Da che mondo è mondo, non tutti sono disposti a mettere da parte i propri egoismi mascherati d’amore per l’altro.      

Gjovana Nika


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