I Monuments Men fra storia e attualità

“In guerra i capolavori non varranno mai una vita umana, ma devono essere tutelati”. Dwight Eisenhower

Molti di voi probabilmente hanno visto il film Monuments Men del 2014 con George Clooney e Matt Damon, tratto dall’omonimo libro scritto da Robert Etsel nel 2009. Ma chi erano nella realtà?

Monuments men era il soprannome dato ai membri del programma “Monuments, Fine Arts, and Archives”, una task force organizzata dal comando alleato durante la seconda guerra mondiale con lo scopo di recuperare le opere d’arte trafugate dai nazisti durante il conflitto.

La task force era composta da 345 membri, reclutati principalmente tra le persone più colte o interessate allo scopo, molte delle quali senza un addestramento militare. Il programma fu approvato da Roosvelt nel 1943 quasi come atto simbolico di scusa contro i bombardamenti di Milano del ’43 che hanno rischiato di danneggiare, se non distruggere, il cenacolo di Leonardo Da Vinci.

A partire dal ’44, la task force si è sempre impegnata a comunicare e ad indicare alle truppe beni storici da tutelare, spesso ricevendo critiche e trovando l’opposizione da parte degli ufficiali alleati. Spesso giravano di città in città, di chiesa in chiesa affiggendo il cartello “attenzione! Edificio storico”.

A Parigi trovarono due alleati nel direttore del Louvre, Jacques Jaujard, e nella collaboratrice volontaria dello Jeu de Paume, Museo legato al Louvre, Rose Valland -un’eroina suo malgrado, stupidamente accusata, dopo la liberazione della città dai tedeschi, di collaborazionismo con gl’invasori -, la quale sapeva bene, tra l’altro, dove i nazisti avevano occultato le opere rubate alle grandi famiglie ebraiche francesi. Il gruppo di esperti, fu costretto ad una estenuante corsa contro il tempo alla ricerca di tutti i siti dove vennero raccolte le opere d’arte, tra cui castelli inaccessibili o miniere sparse tra la Germania e l’Austria.

Una parte notevole di tali capolavori (insieme ad un’infinità di oggetti da collezione) era stata ammassata in Baviera, nel castello in stile medievale di Neuschwanstein. Questo castello era stracolmo di opere d’arte razziate dalle truppe naziste e saccheggio voluto principalmente dal Maresciallo del Reich Hermann Goering, molte delle quali erano finite direttamente nella collezione privata del gerarca.

Ma la scoperta più grande avvenne in Austria dove i monuments men ritrovarono all’interno di una miniera, circa 6500 opere d’arte, tra cui la famosissima Madonna col Bambino di Michelangelo trafugata dalla Chiesa di Nostra Signora di Bruges. Se da un lato la scoperta fu piacevole, dall’altro si trovarono una serie di casse contenenti esplosivo e materiale infiammabile. Era divenuto chiaro l’ordine diramato da Hitler di distruggere tutto il patrimonio artistico (la cosiddetta operazione Nerone) in caso di disfatta del Reich.

La maggior parte delle opere d’arte rubate fu recuperata e restituita ai legittimi proprietari, qualora ancora vivi, ma molte altre opere d’arte, tra cui ritratto di giovane uomo di Raffaello, non sono state ritrovate e se n’è perduta traccia. Altre opere ancora, tra cui molte opere di autori del novecento vennero bruciate perché ritenute empie.

La vicenda dei monuments men, ci fa capire come in un conflitto sia necessario anche necessario il patrimonio artistico e culturale non solo per il loro mero valore economico, ma anche per preservare la memoria di un popolo. La distruzione delle opere d’arte di un popolo è uno tra i primissimi atti che possono essere compiuti per iniziare una pulizia etnica, distruggere il ricordo del passato equivale a distruggere l’identità di un intero popolo. Nel corso del 900 molti sono stati i tentativi, a volte riusciti a volte no, di muoversi in questa direzione: la distruzione della biblioteca nazionale di Sarajevo, durante l’omonimo assedio, in cui vennero distrutti testi bosniaci antichissimi, ne è un esempio.

Le ultime vicende nell’area mediorientale sembrano quindi avverare quello “Scontro di civiltà”, profetizzato da Huntington nell’omonimo libro. Tuttavia non bisogna ascrivere il patrimonio culturale ad un popolo particolare, ma a tutta l’umanità. La tutela del patrimonio artistico e culturale deve quindi essere introdotta nelle agende di peace keeping delle Nazioni Unite, soprattutto quando questo è sotto costante minacce, come a Palmira.

In questo senso l’Italia ha proposto la creazione dei “Caschi Blu della cultura”, una task force ad hoc per la tutela del patrimonio culturale, e in accordo con l’UNESCO, è stato stipulato un accordo per l’istituzione del primo gruppo operativo nel 2016.

L’attivismo italiano ha interessato anche il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dove con il sostegno del governo francese è stata presentata e approvata nel marzo del 2017 una risoluzione che, prendendo nota della Strategia Unesco, riconosce la possibilità che il mandato delle missioni di peacekeeping possa comprendere – su richiesta dello stato in cui opera la missione – attività finalizzate alla protezione del patrimonio culturale.

L’unica soluzione prospettata sembra quindi essere la combinazione dell’Hard Power militare e del Softpower culturale in maniera efficace ed organica e la partecipazione degli altri stati oltre all’Italia è fondamentale per il successo del progetto.

Daniele Oro


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