Lo stato di perenne insicurezza dell’Europa. È questa la vera vittoria dell’Isis

Inutile girarci attorno. Ce l’aspettavamo. Ormai rientra drammaticamente nella normalità della nostra vita, dei nostri tempi. L’Isis ha colpito ancora. E lo ha fatto con i suoi metodi. Inafferrabili, fin troppo semplici nell’epoca delle guerre tecnologiche, per certi versi irrisori, terribilmente letali. Importa poco che sia un furgone o un camion, o un commando di persone, o un solo uomo armato di coltello.

Il risultato è sempre lo stesso e va oltre al normale e freddo aggiornamento del numero delle vittime. A venir colpita è la nostra libertà, la nostra quotidianità, fatta di routine di azioni ripetute chissà quante volte con leggerezza, con naturalezza, con normalità. Passeggiare, fare shopping, andare al supermercato, cenare in pizzeria, bere in un pub è diventato tutt’altro che scontato.

Un’esagerazione? Purtroppo no. Da quel gennaio 2015 con l’attacco a Charlie Hedbo e con essa alla nostra capacità di accettare e criticare legittimamente l’amata o odiata libertà di satira, tutto è incessantemente cambiato senza aver potuto (o voluto) opporre resistenza.

Dal 2015 ad oggi il nostro calendario si è riempito di anniversari e di commemorazioni di attentati e vittime dell’Isis in ogni parte del globo, Europa compresa. Francia, Belgio, Germania, Turchia, Russia, Gran Bretagna, Svezia. E adesso Spagna e Finlandia, colpite quasi in contemporanea come se tutto rientrasse nella logica di un piano ben preciso, che forse non c’è. Non che gli attentati non siano frutto della stessa mente, piuttosto perché la sequenza dei fatti è sicuramente proporzionale alla diffusione nel continente delle cellule e dei foreign fighters.

Di fronte a ogni attentato, la domanda che ci si pone è sempre la stessa: come fermare questa escalation di violenze? Tra chi si lancia in fantomatici gridi di vendetta con richieste di intervento militare in chissà quali parti del mondo, chi fomenta odio razzista verso barconi e immigrati e chi prospetta la necessità di altre e diverse politiche d’integrazione, in queste ore è riemerso il vecchio e atavico status di un’Europa scarsamente comunitaria a livello di strutture militari e d’intelligence. Non che il dialogo e la collaborazione negli ultimi mesi tra le forze dei vari paesi siano mancati, favoriti giocoforza dal ripetersi degli attentati. Ma, i fatti sono lì a dimostrare che forse non basta. E chissà se basterà.

Troppi i fattori da cui trae origine il problema del terrorismo islamico. Ed è impensabile trovare per tutti una soluzione immediata. Ammesso e non concesso che ci siano le possibilità e la voglia. Intanto, quel che è certo, al netto delle dichiarazioni necessarie dei vari capi di Stato utili solo a rinsaldare l’orgoglio delle nostre abitudini e delle nostre conquiste civili e sociali, l’Europa è diventata un vero e proprio campo minato, in cui risulta pericoloso muoversi, alimentando quella sensazione già diffusa di vivere in una costante e perenne insicurezza. Come se fossimo in guerra. Come se.

Mario Montalbano


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